Apologia dell’opposizione

“Molto spesso, col cambiare del governo, per i poveri cambia solo il nome del padrone.”
Fedro

Proprio in questi giorni a Siena sta tornando nuovamente alla ribalta l’idea di una Festa dell’Opposizione da realizzarsi all’interno della Fortezza Medicea, anche a sfottò di quello che era luogo storico deputato alla “Festa dell’Unità” poi diventata “Festa del PD” (affettuosamente rimasta comunque “Festa dell’Umidità”).

Sarà una coincidenza ma proprio l’altra sera mia madre ricordava come da piccoli, durante le afose estati senesi, si andava a fare un giro rinfrescante sui bastioni della fortezza, tra il profumo delle salsicce, delle “ciacce fritte”, la pesca dei tappi e la tombola. All’ingresso, immancabile, ti veniva attaccato sul petto l’adesivo del PCI, poi diventato quello del PDS: non ne ho mai capito il perché ma quello era il momento “ufficiale” dell’ingresso all’unica manifestazione, luna park escluso, che veniva fatta in Fortezza.

I tempi cambiano, i partiti pure e con l’inarrestabile declino del PD, dopo un 2014 decisamente sotto tono (se non ricordo male si inventarono una “festa diffusa” di cui nessuno si accorsa…) il 2015 vede definitivamente tramontata l’idea di una festa del PD senese.

Francamente, e lo dico con sincerità, non me ne importa proprio niente: l’aspetto antipatico, se vogliamo proprio dirlo, erano (e sono) tutti i favoritismi che l’amministrazione comunale concede(va) alla forza politica di maggioranza, come se per il solo fatto di vincere le elezioni si potesse gestire ed occupare gli spazi pubblici della città come pare e piace. A questo aggiungiamoci pure i contributi disinteressati di alcuni eminenti personaggi della città…

Torniamo al ruolo dell’opposizione o, come amo sempre dire io, delle opposizioni (o delle minoranze).

In ogni elezione amministrativa democratica, dove a contendersi il “bastone del comando” vi è più di una forza politica, c’è chi vince -conquistando la maggioranza dei voti di chi sceglie di andare a votare- e chi perde. Chi vince, una sola forza politica o coalizione, diventa la maggioranza (perché, appunto, occupa la maggioranza dei seggi disponibili in consiglio comunale) ed elegge il candidato sindaco (che a sua volta nomina la giunta). Chi perde, occupa proporzionalmente al numero di voti ricevuti gli scranni riservati alle opposizioni, in numero complessivo inferiore a quelli della maggioranza: anche coalizzandosi, le opposizioni non avranno mai i numeri per decidere (questo è un elemento importante da chiarire per tutti coloro che additano le forze di opposizione con “non fate niente !“). Pertanto, ricapitolando, la maggioranza ha i numeri per imporre la propria volontà politica mentre all’opposizione non rimane altro che controllare, denunciare e proporre (aspetto marginale poiché spesso la maggioranza boccia tout court tutto ciò che arriva dalle minoranze).

Forse lo avrete notato: uso sempre il plurale per definire le minoranze, perché nel caso di Siena parliamo di ben 7 gruppi distinti, più un paio “indefiniti” (Siena Futura e gruppo misto – Pasquale D’Onofrio), ai quali si aggiunge una costola rotta di SienaCambia (Sabatini e Trapassi). Ed in questi 7 gruppi troviamo espressione della sinistra senese (Sinistra per Siena), della destra, forze civiche… insomma, un bel pout pourri difficile da catalogare sotto un unico cappello: ognuno ha le sue idee ed ognuno risponde ai suoi elettori. Diventa difficile, così, poter immaginare che l’opposizione possa essere unita, festa in fortezza o “primarie” (altra proposta nata qualche mese addietro) che sia, proprio perché la pluralità politica rispecchia la pluralità di idee e di bisogni della società, come è giusto e normale che sia in ogni democrazia.

Per questi motivi non sono mai stato particolarmente d’accordo con il bisogno di avere le opposizioni unite: certo, ci saranno dei temi per i quali vale la pena battersi insieme, e certo non è mai mancato né mancherà il mio supporto, ma l’unità politica è impossibile. Così come, di fatto, è impossibile l’idea delle “primarie” e rischia di trasformarsi in una pagliacciata una “festa dell’opposizione”: non me ne voglia Raffaele, per il quale ho la massima stima, ma personalmente non sento di avere molto in comune con gli altri esponenti delle minoranze, ad iniziare dai temi etici di cui, purtroppo, anche l’amministrazione comunale deve occuparsi. Per non parlare della visione politica generale, partendo proprio dal nostro caposaldo della “democrazia diretta“, decisamente poco benvisto da chi ancora oggi ricorda con nostalgia “i bei tempi quando i treni arrivavano in orario“.

Qualcuno potrà ribadire che “la politica è l’arte del compromesso“: forse la sua idea di politica lo è, la mia decisamente no. Se accettare compromessi lo decideranno gli elettori, con il loro voto, valutando le differenti offerte politiche: così funziona in democrazia e l’elettore si assume la responsabilità delle proprie scelte, nel bene e nel male.

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