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Ultimamente sentiamo spesso parlare degli “esodati”. Questo neologismo si riferisce a “quelle centinaia di migliaia di persone che avevano stipulato accordi (individuali o collettivi) con le proprie aziende per lasciare il posto di lavoro prima dell’età pensionabile e che ora rischiano di ritrovarsi per anni senza stipendio, senza ammortizzatori sociali e senza pensione, perché nel frattempo il Governo stesso ha aumentato l’età pensionabile.” (fonte)

In pratica cosa è successo ? Bene, immaginiamo un lavoratore delle Poste prossimo alla pensione, secondo la precedente legislazione. A questo lavoratore venne offerto, circa 1 anno fa, in cambio delle dimissioni, una tantum di 30-40.000€ più l’assunzione del figlio a tempo indeterminato (fonte).

Mettiamo che vi siano persone che hanno accettato un accordo simile e che, con il cambio della legislatura, non andranno in pensione tra 1-2 anni ma tra 5-6-10 anni, come conterma l’articolo di Repubblica:

Gli esodati sono quei lavoratori che hanno interrotto il proprio rapporto di lavoro contando di andare in pensione con le vecchie norme (vigenti al 31 dicembre 2011) e che invece, a causa della riforma delle pensioni, rischiano di vedere la data di pensionamento slittata. In pratica, rischiano di trovarsi senza stipendio, ma anche senza pensione per un periodo di tempo non indifferente, e cioè anche per 5-6 anni.

E’ chiaro che quello che sembrava un vero vantaggio (30.000€ netti per due anni non sono così pochi…) si trasforma in una tragedia. Ma alla fine a chi è da imputarsi la responsabilità ? Il lavoratore esodato ha accettato una “scommessa”, senza considerare che le regole potevano anche cambiare (in Italia accade a ogni mutamento di vento !).

Secondo Polillo, sottosegretario all’Economia, una soluzione potrebbe essere l’annullamento dell’accordo: “gli esodati hanno firmato un accordo con le aziende; se cambiano le condizioni che hanno legittimato quell’accordo, secondo i principi generali dell’ordinamento giuridico, possono chiedere che quell’accordo sia nullo”

A questo sembra dai numeri, oltretutto, non si tratta di un problema limitato a poche migliaia di lavoratori: le stime parlano di oltre 350.000 persone, pertanto il problema diventa anche “politico”.

E’ comunque vero che testimonianze come questa fanno riflettere:

“Sono uscita dalle Poste il 1 di luglio: mi hanno proposto di licenziarmi (dopo 35 anni e 6 mesi di lavoro, a 59 anni) in cambio dell’assunzione part-time di mia figlia. Ho accettato perché avevo la pensione a portata di mano ma ora con la riforma sono diventati 5 anni e mezzo!”.

Qualunque sia la soluzione, si pone un problema di “giustizia etica”: tra un lavoratore che ha rifiutato un accordo simile, per prudenza, e uno che ha accettato per il “facile guadagno” sarebbe corretto non metterli entrambi sullo stesso piano.

Personalmente, pur dispiacendomi per le persone coinvolte, lo ritengo semplicemente la perdita di una “scommessa” che l’ex-lavoratore ha fatto con l’azienda. A meno che non vi siano stati obblighi di accettazione, ne lqual caso anche il mio punto di vista cambia radicalmente, per gli altri casi sono state scelte di cui bisogna assumersi la responsabilità. E non è giusto che il Governo debba ripianare gli errori delle scelte altrui, anche se si tratta di numero importanti.

E’ un momento delicato in cui bisogna centellinare le risorse disponibili, dedicandole a quei settori capaci di dare slancio al paese. In cui, se non si riesce a trovare una via di fuga al crollo dell’economia italiana, tra qualche anno non ci saranno problemi di pensioni per il semplice motivo…che non ci saranno più soldi per nessuno !

Aggiornamento 30/07/2012

Il sig. Giuliano mi ha scritto una mail chiarendo alcuni aspetti della questione:

“Innanzitutto chi ha firmato accordi con poste italiane per fare entrare il figlio,non ha preso quelle somme che lei ha riportato,perciò non ha preso alcun incentivo,ma solamente il tfr maturato negli anni di lavoro.Tutto questo per un lavoro part time a tempo indeterminato per il figlio,vale a dire uno stipendio di 700.00 euro al mese. Poi per quanto riguarda le scommesse ,noi non abbiamo scommesso con nessuno tantomeno potevamo scommettere sulla nostra vita o sulla nostra pelle.Abbiamo accettato e firmato accordi di incentivi all’esodo in base a delle leggi dello stato italiano che permetteva di lasciare il lavoro in anticipo di un anno due, dietro pagamento di una ics cifra, dove si doveva proseguire nel pagamento dei contributi volontari inps e la restante cifra equivalente alle mensilità mancanti fino al raggiungimento della pensione per campare. Sia chiaro che nemmeno un centesimo di tutta questa operazione viene dai contribuenti italiani, in quanto sono soldi delle aziende.”