Su Parigi

Ho preferito aspettare prima di scrivere un mio commento sui recenti attentati a Parigi. Ho aspettato perché credo che le reazioni istintive, come il bombardamento fracese sulla città di Raqqa (considerata la roccaforte dello stato isclamico), sono spesso più dannose che altro. E come dissi durante l’ultima seduta del Consiglio Comunale di Siena, dedicato alla Festa della Toscana ed alle riforme Leopoldine (tra cui l’abolizione della pena di morte), anche le bombe su Raqqa sono state una condanna a morte per molti civili, senza processo, con l’unica colpa di essere nati in un territorio intriso di miseria e morte, humus ideale per i fanatici che hanno deciso di farsi esplodere dentro i cafè di Parigi.

Per citare uno degli ultimi interventi di Mauro Aurigi, l’Europa ed il mondo intero non sono nuovi al terrorismo. E la Francia, con un importante passato coloniale, meno di altri: sono passati solo pochi decenni dalla minaccia dell’ALN –Armée de Libération nationale, l’ala armata del Fronte di Liberazione Algerino-, che vide la popolazione algerina abitante nella capitale francese subire il coprifuoco ed altre ingiustizie imposte dal governo per difendersi dai terroristi che rivendicavano l’indipendenza del loro Paese con la violenza.

Sono ancora vive nella memoria anche le stragi degli anni di piombo in Italia, poco più di 30 anni fa, e gli attentati ai giudici Falcone e Borsellino: non è terrorismo anche questo ?

Anche gli attentati a “matrice religiosa” (per quanto sia aberrante giustificare un attentato con la fede religiosa), se penso ad esempio alle bombe dell’IRA irlandese, non sono una novità.

Ed i gas venefici usati da Bashar Al Assad contro i civili in Siria, che risposte alle pacifiche proteste del 2011 contro il regime, inviando cannoni e militari, non sono terrorismo (suggerisco la lettura dell’interessante articolo di Laila Lalami “To Defeat ISIS, We Must Call Both Western and Muslim Leaders to Account” che tratta da un punto di vista interessante il problema dell’IS).

La differenza è che questi attentati, giustificati come jihad (guerra santa), hanno come scenario l’intero occidente e mirano a colpire al cuore, destabilizzandole, le democrazie occidentali ed i loro alleati. E non sappiamo, né possiamo prevedere, dove e cosa colpiranno. Difficile anche circoscrivere il pericolo ai cosiddetti “clandestini” o “rifugiati”: a Parigi alcuni attentatori erano francesi, nati e vissuti in Francia.

Illusorio anche pensare di circoscrivere questi attentati come azioni sporadiche: è in atto un vero e proprio piano criminale che punta a colpire civili innocenti per massimizzare la risonanza mediatica, colpire al cuore non le città ma gli ideali stessi dell’occidente. Colpire, in poche parole, la nostra libertà. A tal proposito ho trovato illuminante un articolo di Scott Atran su The Guardian (sono abbonato ad Internazionale) “La strategia razionale dello Stato Islamico” che spiega come l’azione dell’IS ricalca le indicazioni contenute in un manifesto del 2004 “La gestione del caos” scritto da Abu Bakr Naji per Al Qaeda. Tutto è pianificato, tutto è razionalmente previsto ed organizzato.  Una lucida follia terroristica in cui i kamikaze altro non sono che la “carne da cannone”  a cui viene raccontata la favola delle vergini in Paradiso. Non a caso c’è tra questi una matrice comune: il contesto di povertà economica e miseria culturale degli attentatori. Contesti fertili per il fanatismo religioso, per il reclutamento di persone disposte a tutto (anche a farsi esplodere credendo di andare in paradiso) e per imporre, con la forza, le proprie leggi: nel “califfato” vivono civili che, improvvisamente, si sono trovati a dover sottostare alla sharia con la violenza delle armi.

In questa guerra del terrore ed al terrore si sono già delineati i vincitori ed i vinti: il valore ed il fatturato delle aziende produttrici di armamenti parlano da soli, così come il pesantissimo tributo di sangue di civili innocenti.

 

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