Ma cos’è la “mafia” ?

Tanti italiani ancora sono convinti che la “mafia” sia solo una associazione di delinquenti dediti al furto, all’estorsione (pizzo), al traffico di droga.

Oppure che la “mafia” sia una caratteristica delle regioni meridionali, dove c’è ignoranza e illegalità diffusa, dove lo Stato è assente e vige la legge del più forte.

In realtà quella che noi consideriamo “mafia” è il frutto di un modo di vivere, di un sistema culturale e sociale diffuso ben oltre la linea gotica: è la “mentalità mafiosa“.

Sarebbe interessante capire come mai l’Italia, oltre che la patria della pizza, è anche uno dei paesi che ha dato i natali alle tre più famose mafie mondiali: la Mafia Siciliana, la Camorra Napoletana e la ‘Ndrangheta Calabrese. A queste deve anche aggiungersi la Sacra Corona Unita pugliese, che però non ha mai raggiunto la notorietà delle altre tre.

Io credo, secondo la mia precaria conoscenza delle scienze sociali, che molto ha a che vedere con il nostro modo di intendere la religione (fatta più di superstizione che di fede) e la famiglia (matriarcale/patriarcale, legami di sangue).

Ma, tornando alla domanda iniziale, cos’è la “mafia” ?

La mafia, intesa come cultura mafiosa, è quel modo di vivere fatto di omertà, di ignavia, di cieca obbedienza al padrone che annulla il nostro essere “cittadini” e ci trasforma in “sudditi”, alimentando sempre di più il circolo vizioso di questo sistema malato.

Cultura mafiosa è il non denunciare, il voltare la testa dall’altra parte, il “non sono fatti miei”. Mafia è chiedere al potente di turno il lavoro per il figlio, promettendo in cambio voto e fedeltà. Mafia è obbedire ciecamente al “principe” per ottenere, in cambio, qualche briciola di potere.

Noi italiani siamo tutti, più o meno, interiormente mafiosi. Abituati ad un sistema clientelare che non concede nulla se non tramite “raccomandazione”. Proni davanti al principe, ad implorare una fetta di pane per arrivare a fine mese, offrendo in cambio la propria dignità e libertà.

Immoliamo ad eroi i pochi che hanno avuto il coraggio di ribellarsi a questo sistema mafioso, che hanno alzato la testa. Sono “eroi” in un paese di codardi, che si riempie la bocca di buoni propositi ma non riesce a spezzare la catena che ci imprigiona da decenni.

Nell’aprile del 1987, Mons. Antonio Bello -Vescovo di Molfetta- scriveva ai fedeli: “Ci stiamo adattando alla mediocrità. Accettiamo senza reagire gli orizzonti dei bassi profili. Viviamo in simbiosi con la rassegnazione. Ci vengono meno le grandi passioni. Lo scetticismo prevale sulla speranza, l’apatia sullo stupore, l’immobilismo sull’estasi…Più che essere schiavi dell’abitudine, abbiamo contratto l’abitudine della schiavitù“.

Ecco cos’è la mafia: l’assenza di dignità, di vita, di saper reagire.

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