Se le aziende di automobili funzionassero come le software house…

“Se l’automobile avesse avuto lo stesso ciclo di sviluppo del computer, una Rolls Royce costerebbe oggi 100 dollari, farebbe un milione di chilometri con un litro, e salterebbe per aria una volta all’anno, uccidendo tutti i suoi occupanti.”
Robert Cringely

Oggi, durante la pausa pranzo, alcuni colleghi si sono messi a discutere in merito alle licenze di un prodotto commerciale, che a seconda del tipo di licenza che viene acquistata, permette l’accesso a certe funzioni.

E’ come comprare un auto a 6 marce ma, per mettere in sesta, devi acquistare una licenza aggiuntiva !” ha esordito il collega.

Me lo sono immaginato, il venditore: “Guardi, questa è una vettura splendida ! La versione base ha solo 5 marce ma acquistando la licenza per la sesta marcia, in autostrada potrà raggiungere velocità superiori e consumare anche meno carburante“.

Ammettiamolo: ma chi accetterebbe di acquistare un’auto così ? Eppure, per quanto sembri assurda questa strategia commerciale, nel mondo del software proprietario spesso e volentieri funziona esattamente così.

Molti di noi neanche se ne saranno accorti, talmente siamo abituati ed assuefatti a questo assurdo modello commerciale. Abbiamo tra le mani prodotti di altissima tecnologia che eseguono software volutamente limitati che si sbloccano solamente, e spesso solo temporaneamente, a fronte dell’acquisto di una “licenza”. Anzi, vi dirò di più, spesso quello che noi acquistiamo è solo l’hardware, il “ferro” -come si dice in gergo- perché il software ci viene solamente concesso in licenza d’uso.

Acquistiamo auto dal cofano chiuso a chiave, che solo l’azienda produttrice può aprire. E spesso siamo felici che sia così, instillando in noi un falso senso di sicurezza e tranquillità. Ignorando che, invece, con questo modello commerciale stiamo consegnando il nostro futuro nelle mani di poche e potentissime multinazionali che potranno gestire i nostri dati come meglio credono: i sistemi informativi di moltissime aziende pubbliche e private, dove sono custoditi ed elaborati dati cruciali o sensibili, come i bilanci, lo stato di salute, il reddito, le abitudini, la fede religiosa, sono software blindati di proprietà di pochissime aziende, come IBM, Microsoft, Google.

Abbiamo permesso alle nostre istituzioni pubbliche di basare il loro operato su auto con la sesta marcia sbloccata dietro lauto pagamento, con l’impossibilità di cambiare vettura pena “incompatibilità” o “impossibilità di estrarre i dati“. Ignoriamo le conseguenze di simili decisioni, che in realtà sono economicamente (e non solo) pesanti per ognuno di noi. E ignoriamo cosa potrebbe succedere se, accidentalmente, una di queste aziende fallisse o scomparisse e la famosa “chiave che apre il cofano” andasse perduta per sempre: è già successo in passato ed è costato milioni e milioni di euro.

Donald Norman, nel suo celebre saggio “La caffettiera del masochista”, scrive che “oggi siamo intrappolati in un mondo creato da tecnologi per altri tecnologi. Ci è stato persino detto che “essere digitali” costituisce una virtù. Non è vero: gli individui sono analogici, non digitali;“. Per questo dobbiamo mantenere la supremazia sui dispositivi digitali, perché stiamo affidando a loro le nostre vite, il nostro futuro.

Ad esempio, lo smartphone che abbiamo in mano è un dispositivo dove immagazziniamo una parte sempre più importante della nostra vita (i luoghi dove siamo stati, cosa abbiamo comprato, con chi abbiamo parlato, i nostri amici, le nostre opinioni, le nostre foto…), spesso senza averne le chiavi.

Siamo disposti ad accettarne le conseguenze ?

Michele Pinassi

Nato a Siena nel 1978, dopo aver conseguito il diploma in "Elettronica e Telecomunicazioni" e la laurea in "Storia, Tradizione e Innovazione", attualmente è Responsabile del Sistema telefonico di Ateneo presso l'Università degli Studi di Siena. Utilizza quasi esclusivamente software libero. Dal 2006 si occupa di politica locale e da giugno 2013 è Consigliere Comunale capogruppo Siena 5 Stelle.

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