La “Commissione parlamentare d’inchiesta sul livello di digitalizzazione della PA” ha concluso i suoi lavori: mancano le competenze digitali nella PA italiana

“L’identità digitale è un cittadino che ha rapporti con lo Stato. È un’identità digitale che, al contrario di quella che si può utilizzare per l’e-commerce, per i video on demand o altre cose, non si usa tutti i giorni. È il rapporto medio col cittadino quattro o cinque volte l’anno, quando si pagano le tasse o una multa. Ci vorrà tempo, quindi, per farne capire l’utilità. Non si può far altro che continuare a creare dei motivi per il cittadino per avere SPID.”

Diego Piacentini, commissario straordinario del Governo per l’attuazione dell’agenda digitale. 

Permettetemi l’ennesimo post di sfogo da dipendente frustrato della PA italiana, che cerca di rimanere al passo coi tempi informandosi e sperimentando in totale autonomia, spesso anche nel proprio tempo libero. Che si scontra con una struttura pubblica pachidermica restia ai cambiamenti, allergica alle novità e tutt’altro che meritocratica. Lo faccio con passione, perché amo il mio lavoro ed il settore dove opero. Ma qualche volta sarebbe davvero piacevole poter essere orgogliosi e, soprattutto, poter avere qualche opportunità anche di crescita.

Ma veniamo al punto.

Ho appena finito di leggere il resoconto stenografico dell’audizione di Diego Piacentini presso la Commissione parlamentare d’inchiesta sul livello di digitalizzazione della PA, che proprio in questi giorni ha concluso i suoi lavori. In attesa di poter leggere la relazione conclusiva, che si preannuncia decisamente interessante poiché, da quanto trapela da fonti stampa, si punta direttamente il dito contro l’inefficienza e inadeguatezza dei dirigenti della PA nell’affrontare le sfide digitali del presente e del futuro.

Il danno economico di questa situazione è enorme: un giro d’affari di 20 miliardi in sei anni per 34mila gare, ma troppe inefficienze e lentezze paralizzano il Paese condannandolo ad una situazione anacronistica con servizi non più adeguati al contesto odierno. Siamo al 25esimo posto in classifica sui 28 paesi dell’Unione Europea, e credo che ci rimarremo ancora per molto perché in Italia “mancano competenze adeguate, soprattutto nei livelli apicali”.

Su questo tema è sempre Piacentini, nell’audizione prima citata,  a darne una lettura che trovo molto condivisibile: “Dividiamo il tema delle competenze in due grandi famiglie. Una è la competenza a livello di dipendenti dell’amministrazione pubblica che si interfacciano con il pubblico o che si interfacciano con le altre amministrazioni, che devono essere formate sulle piattaforme abilitanti, devono capire come funziona ANPR (Anagrafe Nazionale Popolazione Residente, nda), come funziona SPID (Sistema Pubblico Identità Digitale, nda), come funzionano tutte le attività del piano che riguardano l’interfacciamento. Da questo punto di vista, il dipartimento della funzione pubblica sta creando un piano di formazione per tutti questi dipendenti, che dovranno imparare a utilizzare questi strumenti. Allo stesso modo, importante, forse addirittura un po’ più complicata, è proprio l’acquisizione di personale senior che sappia gestire processi di trasformazione all’interno di sistemi complessi, che sappia di tecnologia, che sappia di processi scalabili. Questo è un problema che va risolto, e si può risolvere unicamente creando i presupposti per attrarre certe qualifiche all’interno della pubblica amministrazione. Noi lavoreremo su una proposta, ma alla fine si tratta veramente di creare quell’ambiente per cui per una persona di tecnologia andare a lavorare per la pubblica amministrazione è un vanto, un onore, non semplicemente un «vado a impantanarmi in una situazione burocratica, in cui il mio valore, di fatto, non verrà mai valutato».

Al di là dei paroloni, delle sigle, degli acronimi accativanti e delle promesse demagogiche e populiste tipiche dei politicanti nostrani, la questione è molto importante e complessa.  E ne va del nostro presente e del futuro, come cittadini e come Nazione poiché, come più volte ho ripetuto, la PA è la spina dorsale di un Paese. E’ l’interfaccia dello Stato con il cittadino, che paga le tasse ma chiede, in cambio, servizi efficienti.

E invece proviamo solo a pensare all’enorme burocrazia necessaria per qualunque semplice relazione del cittadino con la PA, ad iniziare  proprio dal pagamento della tasse: bolli, moduli, tempo sprecato, soldi, rischio di errori (e quindi sanzioni e more varie). Procedure di pagamento talvolta in contanti, allo sportello postale, senza possibilità di domiciliazione o di pagamenti telematici. Consultazione dei documenti per via digitale ancora un miraggio per molti piccoli comuni, i cui cittadini devono spesso rivolgersi a dipendenti non adeguatamente formati e procedure inutilmente complesse. Senza considerare che la normativa in campo fiscale cambia praticamente ogni anno, tanto da rendere l’Italia uno dei pochi Paesi occidentali (forse l’unico ?) dove per pagare le tasse un normale cittadino deve rivolgersi, per non rischiare di incappare in qualche errore, ad un commercialista. Certo, ho provato anche io il 730 semplificato precompilato ma purtroppo aver trasposto un modulo cartaceo in un form sul web non ne semplifica la compilazione (perché per molti manager questa è la “digitalizzazione” !).

Tornando alla questione centrale, ovvero la formazione e il know-how, ancora oggi sento colleghi che “io con questi cosi non ci capisco niente” (rivolto al PC, ovviamente, e qualche volta anche davanti ad un utente) o l’onnipresente scusa “mi s’è incrocchiato il computer” o “la rete proprio non va!“. Ma la responsabilità non è loro: è mancata -e ancora manca- la formazione, anche solo quella base, che potesse dare un livello di competenze minime a tutti i dipendenti pubblici. Che non è saper accendere il computer o scrivere un documento su Word: è, ad esempio, conoscere le procedure minime di sicurezza. O sapere la differenza tra un documento .doc e un .pdf e cos’è una e-mail. Oppure, e questo è un compito dei dirigenti, definire degli standard, dei protocolli, delle procedure, software uniche per tutti. Ma questo lo si può fare se si conosce il contesto, ovviamente. Perché scrivere una lettera su un PC o spendere 2000€ -di soldi pubblici- per un macbook non farà di nessuno, neanche di un dirigente strapagato, un esperto di ITC. E talvolta manca anche la consapevolezza, da parte dei dirigenti, dell’importanza di un settore ITC efficiente per poter erogare servizi moderni all’utenza: l’ha detto bene, neanche troppo velatamente, Diego Piacentini, nelle sue ultime battute sulla necessità di “creare quell’ambiente per cui per una persona di tecnologia andare a lavorare per la pubblica amministrazione è un vanto, un onore, non semplicemente un «vado a impantanarmi in una situazione burocratica, in cui il mio valore, di fatto, non verrà mai valutato».”. Ecco, facciamo in modo che lavorare come tecnico informatico nella PA sia davvero un onore.

E per favore smettetela, nei curriculum, di indicare tra le capacità “uso di Office” e “navigazione su Internet” perché, nel 2017, se vi affacciate nel mondo del lavoro non potete permettervi di non saperle usare.

Michele Pinassi

Blogger, appassionato di tecnologia, società e politica. Attualmente Responsabile del Sistema telefonico di Ateneo presso l'Università degli Studi di Siena ed esperto di sicurezza informatica nello staff del DPO. Utilizza quasi esclusivamente software libero.

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