Lock-in della PA: come le Amministrazioni Pubbliche si sono chiuse nella gabbia digitale

“Gli standard aperti creano concorrenza, spingono all’innovazione e fanno risparmiare denaro”
Neelie Kroës – Commissario UE alla Concorrenza

Ieri, domenica 9 aprile 2017, un interessante articolo dal titolo “Ostaggi di Microsoft: lo Stato si è consegnato alla multinazionale” pubblicato sull’edizione cartacea de Il Fatto Quotidiano, ha portato alla ribalta un problema serio di cui solo pochi, però, sembrano voler parlare.

Si parla del “vendor lock-in“, chiudersi dentro una trappola fatta di formati non standard, licenze d’uso limitanti e l’abitudine ad affidarsi non al sistema informatico migliore ma, semplicemente, al più diffuso, che in questo caso è di una sola azienda multinazionale, la Microsoft.

Ci sono caduti in tanti, come il Governo Olandese che, nel 2014, ha dovuto sborsare la bellezza di 6,5 milioni di € alla Microsoft per aggiornare, obbligatoriamente per motivi di sicurezza, tutti i suoi sistemi da Windows XP (non più mantenuto) a Windows 7.

Anche in Germania c’è chi già si sta interrogando sul problema, come dice Martin Schallbruch, fino al 2016 a capo del servizio informatico del governo federale: “Il lock-in delle amministrazioni sarà un tema molto serio nel futuro, se non si agisce con investimenti importanti i nostri Stati rischiano di perdere il controllo sul proprio sistema informatico. E’ una questione di sovranità“.

Anche nella nostra Italia, da sempre prona al big di Redmond (come dimostra, ad esempio, l’accordo CRUI-Microsoft di cui ho parlato qui: La preoccupante invadenza di Microsoft nelle Università Italiane), ci sono voci critiche, come quella dell’assessora IT del Comune di Roma, Flavia Marzano, che ricorda come “la Pubblica Amministrazione non può e non deve essere ricattabile” evidenziando l’importanza di “avere il controllo sul software che controlla i dati dei miei cittadini“.

Parole sante, di cui è stata investita anche l’Unione Europea (Contro il lock-in: costruire sistemi TIC aperti facendo un uso migliore degli standard negli appalti pubblic). Ma che, almeno per ora, sono rimaste poco più che lettera morta.

Fortunatamente qualcosa si è mosso anche sul fronte della Difesa, con il progetto LibreDifesa, voluto dal Generale Sileo e realizzato in collaborazione con l’associazione LibreOffice: dal 2015 ad oggi hanno già migrato con successo da Office a LibreOffice oltre 33.000 postazioni, con l’obiettivo di arrivare a 100.000 nel 2020. Operazione dovuta, perché -dicono loro- “abbiamo scoperto che solo il 15% degli utenti usa appieno office, cioè Word, Excel e PowerPoint, per il resto il desktop è come una macchina per scrivere“. Se non fosse che il pacchetto MS Office ha un costo di licenza di circa 280€ ogni 3 anni, mentre LibreOffice è, appunto, libero e gratuito.

Eppure il CAD –Codice Amministrazione Digitale prevede che prima di ogni acquisto venga fatta una valutazione comparativa per la quale dare la precedenza a:

  • software sviluppato per contro della PA (Portale del Riuso);
  • software libero o a codice sorgente aperto;
  • software fruibile in modalità cloud computing (SaS) e, solo per ultimo, software di tipo proprietario;

Ma, come ricorda anche l’articolo citato, non sono previste sanzioni né incentivi. Pertanto non c’è alcun motivo per cambiare, soprattutto quando il cambiamento comporta comunque un minimo di investimento nella formazione del personale.

Eppure i vantaggi sarebbero notevoli, non solo sotto il profilo meramente economico. Ma una mutazione delle abitudini comporta tutta una serie di problemi, ad iniziare proprio dalla Microsoft che certo non vuole perdere quote di mercato e che è capace di fare offerte estremamente appetibili agli Enti che decidono di passare al software libero, come accaduto alla Provincia di Bolzano.

Di fatto, però, consegnare le chiavi delle infrastrutture informatiche della PA ad una multinazionale americana è un rischio. Un rischio che l’Italia non dovrebbe poter correre. Un rischio che, però, solo in pochi reputano tale: la prima sfida è proprio la consapevolezza dell’importanza dello strumento informatico e delle conseguenze, e responsabilità, delle scelte a tal proposito.

 

Michele Pinassi

Nato a Siena nel 1978, dopo aver conseguito il diploma in "Elettronica e Telecomunicazioni" e la laurea in "Storia, Tradizione e Innovazione", attualmente è Responsabile del Sistema telefonico di Ateneo presso l'Università degli Studi di Siena ed esperto di sicurezza informatica nello staff del DPO. Utilizza quasi esclusivamente software libero.

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Una risposta

  1. 14/04/2017

    […] (Articolo originale sul Blog di Michele Pinassi) […]

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