Dipendenti Pubblici fannulloni ?

Infiamma in questi giorni il dibattito, l’ennesimo, sui dipendenti pubblici fannulloni. Sarà il film “Quo Vado ?” di Zalone, saranno i 9 assenteisti del Museo delle Arti di Roma, ma da più parti si invoca la “forca” (metaforica) e provvedimenti di licenziamento per chi sarà scoperto a fare la spesa in orario di lavoro. Il provvedimento in esame proprio in questi giorni presso il Consiglio dei Ministri prevede infatti una sanzione in due tempi per chi “bara con il cartellino“: sospensione da lavoro (e retribuzione) entro 48 ore e licenziamento entro 30 giorni (oggi la scadenza è di 60 giorni ma spesso si superano i 100, almeno così dichiara un articolo odierno sul Sole 24 Ore). Inoltre, se il dirigente che viene a conoscenza dell’illecito non si attiva ne risponderà in prima persona con il licenziamento disciplinare (e non più con la sospensione massima di 3 mesi).

Fermo restando che dovrebbe essere assolutamente tacito il principio che chi non fa il proprio lavoro dovrebbe essere licenziato, compresi i dirigenti e responsabili che hanno l’onere di verificare l’operato ed il comportamento dei sottoposti, la questione deve essere affrontata sotto più aspetti.

Il primo è il principio di lealtà del dipendente pubblico, che non si traduce però in assoluta intoccabilità: esiste un codice etico, esiste un regolamento disciplinare, esistono le sanzioni. Applichiamole.

Il secondo è il principio di responsabilità: come si domandava anche Marco Di Blas nel suo Blog su Repubblica.it, fare l’assenteista a  Klagenfurt o a Roma ha la sua bella differenza. Nel primo caso, infatti, è stata la direzione ad attivarsi ed invitare gli assenteisti a licenziarsi. Nel secondo, segnalazione anonima ed indagini delle forze dell’ordine, prima di arrivare ad un provvedimento disciplinare. In Italia, gli assenteisti costano doppio: prendono lo stipendio e costringono le forze dell’ordine ad occuparsi di loro. In questa storia tutta italiana non è stato sottolineato abbastanza il ruolo dei responsabili: ma dove erano per non accorgersi di 9 dipendenti che mancavano dalle loro sedie ? Il loro ruolo non era così importante, tanto da non accorgersene ? Una lassità nella catena di responsabilità che non può essere così facilmente ignorata, perché costituisce la spina dorsale dell’intero apparato statale.

Il terzo però è la meritocrazia: nel pubblico gli avanzamenti di carriera difficilmente coincidono con le accresciute capacità. Spesso è solo una questione di età, di anzianità. E chi lavora con sacrificio, dedizione e capacità difficilmente gli vengono riconosciuti i meriti: il “pubblico” è, essenzialmente, per i mediocri.

Per ultimo, ma non per importanza, è l’esempio. Esempio da parte della classe politica, tanto per iniziare, che può permettersi in certi casi di collezionare il 99.00% di assenze in parlamento (12113 su 12235) ma riscuotere comunque, integralmente e senza alcun tipo di richiamo o punizione, gli emolumenti e relativi benefit (dati da OpenParlamento). Stessa pessima abitudine ce la portiamo dietro anche in Europa, dove gli europarlamentari italiani spiccano per assenteismo, insieme ai loro colleghi di Cipro, Lituania, Grecia e Malta. Ovviamente anche per loro l’indennità parlamentare di circa 7.000€ mensili viene erogata senza problemi. Questo però, è bene subito precisarlo, non vale per i consiglieri comunali: come prevede il TUEL all’ultimo comma dell’articolo 43 “Lo statuto stabilisce i casi di decadenza per la mancata partecipazione alle sedute e le relative procedure, garantendo il diritto del consigliere a far valere le cause giustificative”. E chi non partecipa alle sedute non prende il “gettone” (se vuoi approfondire, leggi il mio articolo al riguardo: “Costi della politica” di un Consiglio Comunale), anche se ovviamente in certe amministrazioni sono riusciti a far diventare questo sistema un vero e proprio “stipendio fisso”, come gli scandali delle 1500 commissioni consiliari a Crotone o delle 1.133 commissioni consiliari convocate nel 2014 ad Agrigento.

Sarebbe poi anche opportuno procedere ad una riorganizzazione per razionalizzare le competenze e relativi addetti, che vedono talvolta squilibri importanti che penalizzano la qualità dei servizi offerti ai cittadini. Ma anche questa sembra essere molto difficile, a causa della triste abitudine di “coltivare il proprio orticello” tipica dei dirigenti e politici italiani, che sfruttano le risorse della PA per il voto di cambio e come strumento di potere.

Il risultato di questa inefficienza, però, danneggia due volte: il cittadino deve comunque pagare un servizio che non funziona, attraverso le tasse, ma è costretto ad attuare soluzioni alternative, come il ricorso al privato. Suona familiare ? E’ esattamente quanto sta accadendo alla sanità pubblica italiana, volutamente costretta all’inefficienza per giustificare il “travaso” di clienti verso il privato, spesso legato a doppio filo con i politici e baronetti locali. Le responsabilità sono evidentemente politiche ma purtroppo le scelte dei dirigenti ricadono sui lavoratori, schiacciati tra una organizzazione del lavoro inadeguata ed insufficiente e le pretese dei cittadini che reclamano il funzionamento del servizio pubblico.

Anche alcuni privilegi concessi ad alcune categorie del pubblico impiego andrebbero riviste, come ad esempio la possibilità di svolgere anche attività professionale privata concessa ai medici assunti negli ospedali italiani, opportunità che spesso provoca delle storture piuttosto spiacevoli. Per tutti gli altri vale il principio sancito dall’art. 60, D.P.R. n. 3/57 secondo cui: “L’impiegato non può esercitare il commercio, l’industria, né alcuna professione o assumere impieghi alle dipendenze di privati o accettare cariche in società costituite a fine di lucro, tranne che si tratti di cariche in società o enti per le quali la nomina è riservata allo Stato e sia all’uopo intervenuta l’autorizzazione del Ministro competente”. Difatti, come ben indicato al comma 6 dell’art 53, dalla norma precedente si escludono “i dipendenti con rapporto di lavoro a tempo parziale con prestazione lavorativa non superiore al cinquanta per cento di quella a tempo pieno, dei docenti universitari a tempo definito e delle altre categorie di dipendenti pubblici ai quali è consentito da disposizioni speciali lo svolgimento di attività libero – professionali“, ossia quelle dettate per il personale medico e per le altre professionalità della dirigenza del ruolo sanitario dal D.M. 28.02.1997 e dal D.M. 31.07.1997.

Per concludere, credo che l’unica strada per vale la pena intraprendere per risollevare le sorti del pubblico impiego è la vera responsabilizzazione della catena di comando, escludendo i privilegi e tarando gli emolumenti sugli effettivi risultati conseguiti: è giunta l’ora di smettere di pagare profumatamente i dirigenti che non riescono a gestire la struttura loro affidata o che, peggio ancora, ne provocano il disastro. Per dolo o per inettitudine manifesta, certi individui dovrebbero essere immediatamente sollevati dal loro incarico e condannati al risarcimento del danno con risorse proprie (e qui si apre un altro capitolo sul chi paga gli errori dei dirigenti…), così come tale principio dovrebbe essere applicato ai dipendenti infedeli. Ed anche alcune sigle sindacali dovrebbero smetterla di difendere l’indifendibile, chiedendo più meritocrazia e stipendi commisurati alle reali capacità, non solamente all’anzianità. Sono ovviamente ben conscio che tali buoni propositi rimarrano un libro dei sogni, perché è chiaro a tutti la ferma volontà di distruggere il pubblico impiego in favore del privato, dove le tutele per il lavoratore sono ancora meno e talvolta si sfocia in forme molto simili alla schiavitù.

 

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