Conquistarsi il diritto alla privacy

“Non so perché le persone siano così entusiaste di rendere pubblici i dettagli della loro vita privata,
dimenticano che l’invisibilità è un super potere.”

Banksy

Ogni qualvolta che parlo di privacy e diritto alla riservatezza, immancabilmente qualcuno se ne esce con “tanto, non ho niente da nascondere !”. Il caso Cambridge Analytica, che peraltro è una goccia nel mare dell’abuso dei nostri dati personali, dovrebbe aver definitivamente sconfessato certe affermazioni: qui parliamo delle le nostre opinioni, i nostri gusti, le nostre tendenze e preferenze, il nostro stato di salute. Informazioni estrapolate analizzando i nostri tweet, i nostri post su Facebook. Gli articoli che leggiamo o i blog a cui siamo iscritti. Dalle foto che carichiamo sui social per amici e parenti alla geolocalizzazione che, sempre accesa, registra ogni nostro spostamento.

Non si tratta solo dei nostri dati personali, per i quali la nuova normativa europea GDPR cerca di mettere un freno all’uso spesso improprio da parte delle aziende. Si parla, essenzialmente, della nostra libertà. Libertà di poter scrivere le nostre opinioni senza venire profilati, caricare le foto senza che un motore AI le analizzi per capire cosa abbiamo fotografato, leggere articoli e blog senza che un tracker o un cookie registri i nostri movimenti nel mare di Internet.

Forse non sapevate, come non lo sapevo io fino a poco tempo fa, dell’esistenza di accordi internazionali per monitorare il traffico della Rete ed i suoi utenti. Dei “5 eyes”, “9 eyes” e “14 eyes”, alleanze governative per spiare tutti i nostri movimenti digitali. E considerando che ormai tutti possediamo uno smartphone con una connessione dati sempre attiva, non parliamo semplicemente delle chat: siamo tutti monitorizzati, costantemente, spesso volontariamente. E se non basta questo a spaventarvi, sappiate che la geolocalizzazione viene già usata per la repressione dei reati anche dalle forze dell’ordine. Se ancora non basta, provate a giocare con la fantasia.

La buona notizia è che possiamo, in qualche modo, difenderci da tutta questa invadenza della nostra sfera personale da parte di governi ed aziende.

La difesa però passa da un cambio di abitudini difficile da attuare, sia sotto il profilo tecnico che mentale. A chi verrebbe mai in mente, ad esempio, di togliere la batteria dal proprio smartphone per evitare di essere geolocalizzato ? Eppure, a quanto pare, questo è l’unico modo per evitarlo.

Oppure usare una VPN sicura, fornita da un provider affidabile localizzato in un Paese con una legislazione sulla privacy molto restrittiva, come la Svizzera, per le nostre attività in Rete. Il tutto mediato da un proxy che si prende in carico la rimozione dei cookies di sessione, come Privoxy. E l’uso di programmi che bloccano le pubblicità, vero ricettacolo di tecnologie traccianti, come ad esempio il plugin per Firefox uBlock Origin. O strumenti come PiHole, che dirottano le query dei siti di advertising verso un “buco nero”.

C’è poi tutta una serie di abitudini di cui dovremmo iniziare a fare a meno, come ad esempio usare Facebook per condividere, anche ad una cerchia ristretta, le nostre vicende o opinioni personali. E non importa se abbiamo impostato la Privacy a “solo amici”: una volta che avete scritto il vostro post, quello rimarrà per sempre nel database di Zuckerberg, insieme a molte altre informazioni di cui neanche, talvolta, siamo consapevoli.

E poi l’algoritmo di Facebook che decide cosa farvi vedere nel feed: studiato appositamente per stimolare l’interazione, il feed vi mostrerà principalmente i post per i quali Facebook crede che siate interessati e che, quindi, susciteranno in voi il bisogno di interagire. Creando contenuti e, quindi, materiale con il quale sarete profilati per mostrarvi gli annunci pubblicitari, spazi venduti a caro prezzo alle aziende, adatti a voi. Difficile difendersi, a meno che riuscire a fare a meno di avere un profilo Facebook. O, se lo avete, ricordatevi bene che tutto ciò che ci scrivete potrà essere usato contro di voi, anche a distanza di anni.

La vera lotta di classe è qui. Tra chi ha in mano gli strumenti dell’informazione e chi, invece, li subisce. Tra chi può permettersi la privacy, pagando –a caro prezzo– sistemi informatici sicuri e chi, invece, non ha neppure le basi culturali per comprendere gli strumenti che sta utilizzando.

Paranoia ? No, semplice constatazione della realtà digitale. La realtà dei big data, che rende ognuno di noi un fantastico prodotto sul quale testare algoritmi, strategie di comunicazione, campagne pubblicitarie mirate e pure strategie per pilotare le campagne elettorali.

E non possiamo più farne a meno, sia chiaro, perché ormai la Rete è diventata insostituibile nella società contemporanea. Possiamo però difenderci, aumentando la nostra consapevolezza dello strumento, potentissimo, che quotidianamente utilizziamo. Non è facile, poiché il primo scoglio da superare è la corretta percezione dello strumento e del contesto in cui opera.

E’ quindi necessario promuovere la tutela del diritto alla riservatezza digitale, anche a livello governativo, perché anche il futuro del nostro Paese, della nostra società e della nostra democrazia passano, ormai, per la Rete. Che deve essere libera, per tutti.

E voi, come vi difendete ?

Michele Pinassi

Nato a Siena nel 1978, dopo aver conseguito il diploma in "Elettronica e Telecomunicazioni" e la laurea in "Storia, Tradizione e Innovazione", attualmente è Responsabile del Sistema telefonico di Ateneo presso l'Università degli Studi di Siena ed esperto di sicurezza informatica nello staff del DPO. Utilizza quasi esclusivamente software libero.

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Una risposta

  1. Albalù ha detto:

    La vedo molto dura oggi parlare di privacy

    Albalù > http://www.albalu.it

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