Lavorare anche a costo di morire

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“Non voglio raggiungere l’immortalità con il mio lavoro. Voglio arrivarci non morendo.”
Woody Allen

Certamente il lavoro produce meraviglie per i ricchi, ma produce lo spogliamento dell’operaio. Produce palazzi, ma caverne per l’operaio. Produce bellezza, ma deformità per l’operaio. Esso sostituisce il lavoro con le macchine, ma respinge una parte dei lavoratori ad un lavoro barbarico, e riduce a macchine l’altra parte. Produce spiritualità, e produce l’imbecillità, il cretinismo dell’operaio.
K. Marx

La vicenda dell’Ilva di Taranto ha del paradossale: un GIP decreta la chiusura di parte dello stabilimento, attraverso i sigilli, ed ecco che migliaia di operai scendono in piazza con blocchi stradali e proteste per rivendicare il loro diritto a lavorare. Anche quando LAVORARE SIGNIFICA MORIRE

«In Italia le bonifiche non vengono fatte da oltre 12 anni e a Taranto da 50 anni. È giusto che Taranto sia risanata, ma è giusto anche che l’Ilva continui a produrre. Non c’è futuro senza questa fabbrica» è lo sfogo di un lavoratore, come a voler giustificare la situazione.

Dalla pagina di Wikipedia sull’Ilva di Taranto si leggono dati impressionanti:

Per ciò che riguarda la perizia epidemiologica, i periti nominati della Procura di Taranto hanno quantificato, nei sette anni considerati:

  • un totale di 11550 morti, con una media di 1650 morti all’anno, soprattutto per cause cardiovascolari e respiratorie;
  • un totale di 26999 ricoveri, con una media di 3857 ricoveri all’anno, soprattutto per cause cardiache, respiratorie, e cerebrovascolari.

L’ILVA rappresenta uno spaccato imbarazzante e vergognoso dell’Italia. Gli operai rivendicano il loro posto di lavoro, necessario per sopravvivere, anche davanti alle prove lampanti che la fabbrica semina morte tra gli abitanti di Taranto, donne e bambini compresi. Fino a che punto è tollerabile la tutela del lavoro ?

Soprattutto, e questa è la domanda principe: come è possibile che uno Stato democratico (l’Italia) possa sopportare per anni una situazione così critica ?

Gli operai sono vittime due volte: vittime di una gestione criminosa e vittime dell’inquinamento mortale provocato dalla stessa azienda che gli ha permesso di vivere. E adesso reclamano il loro diritto di continuare ad essere vittime.

Michele Pinassi

Nato a Siena nel 1978, dopo aver conseguito il diploma in "Elettronica e Telecomunicazioni" e la laurea in "Storia, Tradizione e Innovazione", attualmente è Responsabile del Sistema telefonico di Ateneo presso l'Università degli Studi di Siena. Utilizza quasi esclusivamente software libero. Dal 2006 si occupa di politica locale e da giugno 2013 è Consigliere Comunale capogruppo Siena 5 Stelle.

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