Sanità senese tra pubblicità ed intramoenia

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Per motivi tutt’altro che felici, negli ultimi giorni ho frequentato quasi quotidianamente l’Ospedale di Siena, l’Azienda Universitaria Ospedaliera “Le Scotte”.

Per chi non è un dipendente e chi non è studente, l’ospedale è un luogo dove si va per farsi curare o in visita a parenti ricoverati: certo non è un luogo di piacere o di divertimento !

Durante le mie visite ho trovato alquanto disturbante e di cattivo gusto vedere come il nosocomio cittadino sia letteralmente sommerso di pubblicità e di opuscoli. Gran parte dei manifesti, ovviamente, relativi a servizi di assistenza agli anziani o ai degenti, oppure prodotti sanitari. Tralascio le porte degli ascensori del terzo lotto con sushi giganti…

Oltre alla questione del cattivo, cattivissimo gusto di vedere un luogo pubblico coperto di pubblicità, l’aspetto più deprimente è vedere servizi che dovrebbero essere svolti dalla sanitò pubblica ormai alla mercé di privati. E’ l’aspetto più evidente (e deprimente) della mercificazione dei servizi assistenziali che hanno reso il servizio sanitario italiano un esempio per molti paesi d’Europa e del Mondo. Il servizio sanitario è la voce di bilancio più pesante per le Regioni italiane, circa il 70-80%, e quella italiana è ancora -increbilmente- una delle più efficienti d’Europa. La paghiamo cara, molto cara, ma dovrebbe assicurare a tutti i cittadini l’assistenza sanitaria necessaria, gratuitamente (in realtà dal Governo De Mita del 1989 è stato introdotta una compartecipazione diretta dei cittadini alla spesa sanitaria, chiamata “ticket”, il cui importo dipende dalla fascia di reddito e dalla prestazione richiesta).

Da diversi anni, purtroppo, il servizio sanitario è sotto attacco da parte di governi che, probabilmente sotto la pressione di lobbies sempre più potenti, stanno smantellando il SSN a favore della sanità privata: la salute è un business sempre più grande, soprattutto in una società sempre più ansiana ed ipocondriaca. Anche la TV inneggia sempre di più al consumo di farmaci di automedicazione e di integratori, diventati uno dei settori di punta delle big pharma, mentre parallelamente fioriscono ovunque centri medici privati “in convenzione” che offrono alla clientela servizi sanitari ed esami diagnostici in tempi più rapidi del SSN.

Per tentare di regolare un mercato alla deriva, la cosiddetta “intramoenia extramuraria” (pasticcio causato nel 1989 dal Min. Bindi, “che impose a tutti i medici ospedalieri di scegliere se lavorare in esclusiva per il Ssn, e percepire una congrua indennità, o continuare a fare attività nel privato” – Fonte: Camici in libera uscita, L’Espresso), le ASL si sono organizzate con sezioni dedicate al lavoro “intramoenia” dei medici, che offrono le loro prestazioni privatamente ma versando all’ASL una percentuale della parcella per i locali ed il servizio fornito. Certo non è la situazione ottimale per un Paese che faceva del suo servizio sanitario nazionale un “vanto” ma sicuramente, in assenza di una normativa più stringente ed equa, contribuisce a limitare l’antipatica situazione di avere il chirurgo che la mattina opera in Ospedale e la sera vista nella clinica privata.

Ovviamente questa situazione di prepotente tendenza a scivolare verso la sanità privata, questo strano accordo deve essere stroncato: ecco che arriva il sig. Rossi, presidente della Regione Toscana, che tuona “In sanità basta con la libera professione intramoenia, fonte di diseguaglianza e di corruzione. Bisogna fare una cosa davvero di sinistra: abolirla. D’incanto spariranno le liste d’attesa, mi ci gioco la faccia” (Fonte: Sanità, “abolire l’intramoenia”. La proposta del governatore Rossi che irrita i medici e il Pd renziano, Il Fatto Quotidiano). Attenzione, non adoperarsi per risolvere quello strano privilegio dei medici, unici dipendenti pubblici a poter lavorare anche nel privato, ma colpire una delle fonti di guadagno per le ASL, strozzate dai debiti e dai continui tagli al budget. Sia chiaro, lungi da me difendere questa cricca di incapaci e di spreconi, che riescono a dilapidare immense somme di denaro in mille rivoli e rivoletti, ma certo questa operazione non migliorerà la già critica situazione, costringendo i cittadini a rivolgersi sempre più alle costose (per la Regione o per il cliente) cliniche private.

Si capisce bene, dalle parole di Rossi, che l’intento è chiaro e preciso: indebolire ancora di più la sanità pubblica, fino a rendere la sua distruzione quasi un atto “legittimo” davanti all’inefficienza che loro stessi hanno provocato. Salassare costantemente un corpo sano per ridurlo in una situazione critica e poi, senza più speranze, lasciarlo morire di stenti.

Il SSN sta morendo, tra la nostra noncuranza, convinti che i dipendenti pubblici sono “tutti fannulloni” e che “il pubblico non funziona“: stiamo lasciando morire di stenti la nostra più grande risorsa e ce ne pentiremo amaramente il giorno che ne avremo bisogno.

Michele Pinassi

Nato a Siena nel 1978, dopo aver conseguito il diploma in "Elettronica e Telecomunicazioni" e la laurea in "Storia, Tradizione e Innovazione", attualmente è Responsabile del Sistema telefonico di Ateneo presso l'Università degli Studi di Siena ed esperto di sicurezza informatica nello staff del DPO. Utilizza quasi esclusivamente software libero.

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