Chi ha paura del commercio on-line ?

Mentre Amazon si prepara a lanciare i suoi dash buttons per automatizzare la spesa quotidiana (basta cliccare il pulsante del “telecomando” che automaticamente parte l’ordine, che vi verrà recapitata direttamente a casa), c’è ancora chi si interroga su quale sarà il futuro delle nostre città con l’avanzata del commercio elettronico.

E’ innegabile che i negozi tradizionali stanno vivendo, da anni, una crisi legata a svariati fattori. Uno di questi è sicuramente l’avanzata del commercio on-line anche nel nostro paese, dovuta alla sempre maggiore confidenza degli italiani con gli strumenti di pagamento elettronico, come le carte di credito e altri strumenti di pagamento digitale.

Secondo la ricerca “E-commerce in Italia 2015”, svolta dalla nota società di consulenza digitale e web Casaleggio Associati, dal 2004 al 2012 il fatturato dell’e-commerce in Italia ha conosciuto un incremento medio del 39% annuo, arrivando nel 2014 a oltre 24 miliardi di fatturato complessivo. Una crescita importante, che comunque pone il nostro Paese ben al di sotto della media europea, a dimostrazione che ci sono ancora margini di crescita.

Numeri a parte, vedo che sempre più cittadini effettuano acquisti on-line, grazie anche a strategie commerciali particolarmente aggressive come quelle di Amazon, che hanno contribuito sia a livellare i prezzi che ad aprire nuove strade nel commercio on-line. E’ del resto evidente che il futuro del commercio, almeno per i beni di consumo, sarà sempre più on-line: comodamente seduti in poltrona o sull’autobus, abbiamo a nostra disposizione un catalogo immenso di prodotti che possiamo ricevere direttamente a casa entro pochi giorni.

Tuttavia le conseguenze di questa trasformazione già si stanno vedendo, soprattutto con la trasformazione del commercio al dettaglio nelle nostre città. I negozi, soprattutto le piccole botteghe cittadine, hanno difficoltà a competere con i prezzi degli shop on-line, spesso magazzini situati in località di periferia se non semplici rivenditori “virtuali” di merci stoccate all’estero. Pertanto, schiacciate dalla contrazione del mercato, le botteghe che non riescono a diversificare si trovano a chiudere, trasformando le vie delle nostre città in un susseguirsi di franchising.

Sopravvivono solamente le botteghe che riescono a proporre prodotti particolari, come specialità enogastronomiche locali o a km 0, oppure prodotti tipici come ceramiche o tessuti tradizionali impossibili da reperite nel mercato on-line. Del resto, la società sta sempre più orientandosi verso una riscoperta dei prodotti del territorio, privilegiando le piccole aziende ed i produttori locali.  Per questo ritengo che le amministrazioni debbano incentivare, attraverso politiche protezionistiche, le produzioni locali: non abbiamo più bisogno di negozi pieni di paccottiglia “Made in PRC” ma di specialità enogastronomiche capaci di sostenere l’economia locale, oltre che a promuovere le eccellenze del territorio.

Anche per questo motivo l’Unesco sta promuovendo una serie di iniziative per la tutela dei centri storici e delle loro botteghe tradizionali, un inestimabile patrimonio di cultura e conoscenza, attraverso un disegno di legge presentato in Senato per rivalutare le tradizioni dei centri storici italiani e proteggerli dall’ondata di merchandising a basso prezzo proveniente dai paesi emergenti.

E’ chiaro che il futuro delle nostre città e delle sue botteghe è nelle nostre mani, nelle mani di tutti noi consumatori: facciamo scelte consapevoli, dettate soprattutto dalla sostenibilità e non solamente dal fattore “prezzo”.

 

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