Lo smartphone, i nostri figli e un documento del Senato che…

TL;DR La Commissione Istruzione Pubblica e Beni Culturali del Senato della Repubblica ha approvato un documento conclusivo in merito a quanto emerso da una indagine conoscitiva sull’impatto digitale sugli studenti. Solo che contiene degli svarioni e degli errori concettuali piuttosto gravi.

“Giovani schiavi resi drogati e decerebrati: gli studenti italiani. I nostri figli, i nostri nipoti. In una parola, il nostro futuro”. Si conclude così il Documento approvato dalla 7ª commissione permanente a conclusione dell’indagine conoscitiva sull’impatto del digitale sugli studenti, con particolare riferimento ai processi di apprendimento (scaricabile da qui).

Un documento interessante ma anche esplicativo di un modo tutto “italiano” (passatemi il termine) di intendere il mondo digitale, che pare più demonizzare lo strumento e l’uso distorto dello stesso che valutare, serenamente e in modo pragmatico, soluzioni concrete per limitarne l’uso e lavorare sull’educazione all’uso.

Il testo prende ad esempio la situazione dell’Oriente, citando Cina, Giappone e Corea del Sud:

In Corea del Sud il 30 per cento dei giovani tra i dieci e i diciannove anni è classificato come « troppo dipendente » dal proprio telefonino: vengono disintossicati in sedici centri nati apposta per curare le patologie da web. In Cina i giovani « malati » sono ventiquattro milioni. Quindici anni fa è sorto il primo centro di riabilitazione, naturalmente concepito con logica cinese: inquadramento militare, tute spersonalizzanti, lavori forzati, elettroshock, uso generoso di psicofarmaci. Un campo di concentramento. Da allora, di luoghi del genere ne sono sorti oltre quattrocento. Analoga situazione in Giappone, dove per i casi più estremi è stato coniato un nome, hikikomori. Significa « stare in disparte ». Sono giovani tra i dodici e i venticinque anni che si sono completamente isolati dalla società. Non studiano, non lavorano, non socializzano. Vegetano chiusi nelle loro camerette perennemente connessi con qualcosa che non esiste nella realtà. Gli hikikomori in Giappone sono circa un milione. Un milione di zombi.

e, dopo una disamina sui meccanismi neurologici che si scatenano nell’uso di questi dispositivi, l’estensore mette insieme le console dei videogiochi dei primi anni 2000 con i social network, concludendo con un giudizio piuttosto severo sull’uso del digitale a scopo didattico (“Dal ciclo delle audizioni svolte e dalle documentazioni acquisite, non sono emerse evidenze scientifiche sull’efficacia del digitale applicato all’insegnamento. Anzi, tutte le ricerche scientifiche internazionali citate dimostrano, numeri alla mano, il contrario. Detta in sintesi: più la scuola e lo studio si digitalizzano, più calano sia le competenze degli studenti sia i loro redditi futuri) che sconfessa, di fatto, gran parte delle politiche attuate dagli ultimi Ministeri dell’Istruzione, LIM incluse.

per poi, dopo un paragrafo che ha più il sapore di un sermone domenicale o di un comizio (“Come genitori, e ancor più come legislatori, avvertiamo il dovere di segnalare il problema,
sollecitando Parlamento e Governo ad individuare i possibili correttivi.
“) arrivano i comand… –oops!– le “ipotesi”, che commento in linea:

  • scoraggiare l’uso di smartphone e videogiochi per minori di quattordici anni;

Così, indiscriminatamente, senza valutare che, ad esempio, esistono portali (come code.org) che attraverso la gamification dei principi del coding, aiutano i bambini a sviluppare capacità sempre più necessarie. Per non parlare di come si metta insieme lo strumento (“smartphone“) con un suo uso (“videogiochi“). Ci sono, ad esempio, dei videogiochi che aiutano i bambini in età scolare a familiarizzare con i numeri o con le operazioni aritmetiche (ad es. TuxMath), ben fatti e senza trappole. Spesso è sufficiente educare, non vietare (abbiamo visto cosa succede a vietare, no?)

  • rendere cogente il divieto di iscrizione ai social per i minori di tredici anni;

Più che renderlo cogente, basterebbe che ci si prendesse la briga di rispettare la normativa vigente (che, se non ricordo male, dice che l’età minima è 14 anni). Del resto, siamo il Paese del “severamente vietato“: di cosa stupirsi?

  • prevedere l’obbligo dell’installazione di applicazioni per il controllo parentale e l’inibizione all’accesso a siti per adulti sui cellulari dei minori;

Quando leggo queste cose mi viene l’orticaria. In primis perché credo che bisogna lavorare sull’educazione dell’utente, non sulla proibizione o sul blocco. In seconda battuta, ma quanti genitori hanno le competenze per installare e gestire applicativi simili?

  • favorire la riconoscibilità di chi frequenta il web;

La domanda che sorge spontanea è: ma chi ha scritto questo sa cosa è il web? Sa come funziona Internet? Sarebbe l’ora di smetterla con queste baggianate…

  • vietare l’accesso degli smartphone nelle classi;

(sospiro sconsolato)

  • educare gli studenti ai rischi connessi all’abuso di dispositivi digitali e alla navigazione sul web;

Educare gli studenti, ma anche i genitori e, devo dirlo, anche gran parte del corpo docente, oltre che dirigente. Quando è stata fatta formazione obbligatoria su questi temi? E se non insegniamo ai genitori e ai docenti, chi insegna agli studenti?

  • interpretare con equilibrio e spirito critico la tendenza epocale a sopravvalutare i benefici del digitale applicato all’insegnamento;

Scusate, ma chi ha voluto quelle inutili e costose LIM in ogni classe, quando talvolta l’intonaco cade a pezzi, molte le scuole sono a rischio sismico e nei bagni gli studenti non hanno carta igienica?

  • incoraggiare, nelle scuole, la lettura su carta, la scrittura a mano e l’esercizio della memoria.

Qui ci manca la penna e il calamaio, poi siam tutti! Battute a parte, è chiaro che stimolare la manualità e la capacità di ragionamento sia essenziale. Sull’imparare a memoria, mah… In ogni caso, mi sembra che si continui a demonizzare lo strumento e non cercare di correggerne l’uso, rendendolo proficuo agli scopi. A mio modesto parere, qui siamo davanti ad una totale incomprensione del fenomento ma, soprattutto, degli strumenti digitali.

Mi chiedo, in tutta onestà, se prima di licenziare un documento simile si sono presi almeno la briga di farlo leggere a qualche esperto in ambito ICT, poiché personalmente gli estensori non mi pare abbiano fatto una gran bella figura. E vedere il sigillo ufficiale del Senato della Repubblica nel frontespizio non è proprio di buon auspicio per il futuro.

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2 comments
  1. Rimango basito nel leggere questo tuo articolo. Chi l’ha redatto non ha tenuto conto della situazione della scuola rispetto al digitale non solo degli ultimi 5 anni, ma di tutto il percorso riguardo il digitale a scuola, con tutte le luci e le ombre del caso. Sono senza parole.

  2. Tutte cose note a chi ha figli ed anche a chi non ne ha, e le azioni proposte non serviranno assolutamente a nulla finché esiste ‘**il genitore**’ che, pur di essere ‘**lasciato in pace**’ demanda il compito di genitore allo smart-coso di turno.

    Per la situazione che si è venuta a creare, anzi no: **che i genitori** hanno creato(!) non servono divieti, limitazioni ecc. ecc. I mezzi per il ‘parental control’ esistono da quando esiste la rete, o poco dopo.

    Dicendola fuori dai denti: ai genitori FA COMODO che i figli non disturbino in casa, estraniandosi nel loro mondo digitale. Quindi proporre di vietare i social sotto una certa età non serve a nulla: se avessero voluto, sempre che DAVVERO fosse stato necessario, avrebbero comprato un TELEFONO al figlio e non uno smartphone.
    JC

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