Il fitness GPS tracker che rivela segreti militari

“Sanno sempre dove siamo”

Avete mai pensato a che fine fanno i dati biometrici e geospaziali raccolti dai nostri dispositivi, dai braccialetti fitness tracker alle app sportive per il nostro -ormai inseparabile- smartphone ?

Io stesso ho una fitness band Garmin Vivofit 3 al polso, che ogni giorno raccoglie i dati relativi ai miei passi, all’attività fisica, alla qualità e agli orari del del sonno, per poi travasarli su un server remoto per essere elaborati e visualizzati sul mio smartphone. Ma quei dati rimangono lì, su un server remoto, e come hanno recentemente scoperto alla CIA (ed anche altri servizi segreti), ci sono app che potenzialmente mettono a rischio la segretezza di basi militari.

E’ il caso di Strava, popolare app. per gli sportivi, che memorizza anche il percorso (grazie al GPS integrato nei nostri smartphone) mentre corriamo. E che poi, quando sincronizziamo la nostra attività con il server di Strava, le coordinate geospaziali finiscono in pasto al cloud per essere visualizzate in una grande heatmap planetaria che mostra il percorso compiuto.

Niente di strano, visto che i dati sono “anonimi”. Se non fosse che, da un veloce sguardo alla mappa, si vedono tracce di “fitness” anche in mezzo al deserto, dove ci si immagina che –cammelli e beduini a parte– non vi sia molto di più: sono, probabilmente, basi militari segrete la sui segretezza e incolumità è oggi messa in serio pericolo proprio a causa dei militari “sportivi”.

Senza necessariamente essere militari in missione segreta, vale la pena riflettere sulla quantità di dati personali e biometrici diamo in pasto al cloud e che potrebbero, potenzialmente, danneggiarci. Un po’ come quando andiamo in vacanza e pubblichiamo le foto sui social network, offrendo ai potenziali malintenzionati la certezza che non ci troveranno a casa, se decideranno di farci visita.

Nel mondo iperconnesso in cui ci troviamo immersi, dove il reale valore sono i nostri dati, ci troviamo a dover affrontare nuove tipologie di rischio non sempre percepite come tali. Una buona regola è sempre quella di esporsi “digitalmente” il meno possibile, immaginando cosa altri potrebbero fare con ciò che decidiamo di pubblicare in Rete: c’è chi, per colpa di un tweet, ha perso il lavoro. E chi si è ritrovato la casa svaligiata. Oggi è facile per i malintenzionati scoprire molti aspetti ed abitudini della nostra vita quotidiana: cerchiamo, per quanto possibile, di non aiutarli.

Michele Pinassi

Nato a Siena nel 1978, dopo aver conseguito il diploma in "Elettronica e Telecomunicazioni" e la laurea in "Storia, Tradizione e Innovazione", attualmente è Responsabile del Sistema telefonico di Ateneo presso l'Università degli Studi di Siena ed esperto di sicurezza informatica nello staff del DPO. Utilizza quasi esclusivamente software libero.

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