Cosa ci insegna Cambridge Analytica ?

“It showed these odd patterns. People who liked ‘I hate Israel’ on Facebook also tended to like KitKats”

Per chi volesse capire cos’è il caso Cambridge Analytica, suggerisco l’articolo di Claudio Gionti “Il caso Cambridge Analytica in 10 semplici punti”, pubblicato su Linkedin.

Al di là delle questioni prettamente tecniche o legali, la vicenda ci impone l’ennesima seria riflessione sulla società 2.0, i suoi rischi ed i suoi pericoli. Ma anche delle sue opportunità: fino a qualche decennio fa, le ricerche di mercato erano faticosamente condotte da intervistatori in giacca e cravatta che, magari fuori da un supermercato, chiedevano alle casalinghe quale era la marca di detersivo preferita e perché (celebre la pubblicità del fustino Dash, un vero tormentone per chi ha vissuto gli anni ’90). Oggi, che da semplici consumatori siamo diventato prosumers (neologismo dato dall’unione delle parole producers e consumers), riempiendo di dati ed opinioni i social network, è sufficiente analizzare il nostro comportamento per stabilire abbastanza accuratamente cosa ci piace e cosa no. Ed è questo che, detta in parole povere, faceva la società Cambridge Analytica attraverso l’app creata da Christopher Wylie: analizzava il nostro comportamento sociale per inserirci in categorie sempre più puntuali per offrire pubblicità e propaganda mirata alle nostre opinioni ed aspettative. Niente di più di ciò che fa da anni Google , se non fosse che queste analisi sono state abilmente utilizzate per veicolare propaganda elettorale pro-Trump:

Durante la campagna elettorale furono usate grandi quantità di account fasulli gestiti automaticamente […] per diffondere post, notizie false e altri contenuti contro Hillary Clinton. Gli interventi erano quasi sempre in tempo reale, per esempio per riempire i social network di commenti durante i dibattiti televisivi tra Trump e Clinton, gli eventi più attesi e seguiti dagli elettori.

Questa strategia di propaganda ha funzionato ? A quanto pare, si.

Non so se potrebbe funzionare anche in Italia, considerando il gap digitale tra gli USA ed il nostro Paese, ma sicuramente la propaganda politica si sta sempre di più spostando dal reale al virtuale, dalle TV ai social network, e certamente le future strategie di comunicazione stanno adottando sempre più la tecnica della segmentazione, per poter massimizzare il risultato a fronte dell’investimento: attraverso i social e i big data, posso indirizzare il mio messaggio ai diretti interessati.

Ecco che quindi inizia a dissolversi la nebbia intorno ai social network ed alla loro apparente gratuità.

Un vecchio adagio popolare in Rete recita “se non devi pagare per un prodotto, il prodotto sei tu“: ed è esattamente così, come questo caso ci ricorda. Sulla Rete, ed in particolare sui social network, qualsiasi nostra operazione viene registrata e tracciata per delineare un profilo il più possibile preciso su chi siamo e cosa ci piace o non ci piace. E mostrarci, quindi, ciò che desideriamo vedere. Le conseguenze politiche e sociali sono enormi e preoccupanti: attraverso la manipolazione dei risultati, dei feed, delle pubblicità, è possibile influire direttamente nella sfera politica (e quindi anche sociale) di un Paese. E’ possibile quindi manipolare l’esito di una elezione democratica pagando società e professionisti che sfruttano le nostre abitudini per plasmare le nostre opinioni: abbastanza inquietante, non trovate ?

E’ come se il comitato elettorale di una certa forza politica conoscesse la mia passione per le tecnologie e mi riempisse la cassetta della posta di volantini sul loro programma politico per l’innovazione tecnologica, mentre al mio vicino –appassionato sportivo– i volantini della medesima forza politica fossero sugli incentivi per la pratica sportiva: verrebbe da farsi qualche domanda, non trovate ?

In una società dove subiamo quotidianamente assurdità connesse alla “privacy” (il segno giallo in farmacia, all’ufficio postale, le assurde limitazioni all’ospedale, etc etc etc…), suona beffardo dover scoprire come la nostra attività sui social possa venire abilmente sfruttata per manipolare le nostre opinioni, anche politiche. Come possiamo quindi difendersi un una società in cui le innovazioni tecnologiche, ed i rischi connessi, viaggiano molto più veloce delle normative e del legislatore ?

L’unica arma di difesa che ci rimane è mantenere libera la Rete. E combattere perché rimanga libera, come è libera l’aria che respiriamo. Il mantra della “gratuità” dei servizi, che si sono dimostrati tutt’altro che gratuiti, ha lentamente stretto un cappio attorno al collo della nostra libertà individuale, facendoci accettare clausole contrattuali e vincoli che, nel mondo reale, non avremmo mai accettato (accettereste che qualcuno legga la posta che ricevete nella cassetta postale prima di voi ? Probabilmente no. Però lo accettate, inconsapevolmente, per gran parte dei servizi di posta elettronica…). Questo a causa anche dell’enorme problema culturale che attanaglia il nostro Paese, in testa alle classifiche per l’analfabetismo funzionale ed in fondo per velocità della Rete.

Non dico che dovremmo smettere di usare i social network o i servizi gratuiti di posta elettronica. Credo però che sia importante acquisirne la consapevolezza, per essere in grado di reagire agli attacchi –sempre più subdoli– alla nostra democrazia e libertà individuale.

Michele Pinassi

Nato a Siena nel 1978, dopo aver conseguito il diploma in "Elettronica e Telecomunicazioni" e la laurea in "Storia, Tradizione e Innovazione", attualmente è Responsabile del Sistema telefonico di Ateneo presso l'Università degli Studi di Siena. Utilizza quasi esclusivamente software libero. Dal 2006 si occupa di politica locale e da giugno 2013 è Consigliere Comunale capogruppo Siena 5 Stelle.

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