C’è da preoccuparsi. Davvero.

TL;DR La sempre più forte complessità delle piattaforme informatiche, unita all’assenza di formazione digitale per gli utenti, sta aumentando il gap tra la tecnologia e la popolazione. Un gap non sostenibile, poiché ormai sempre più processi del quotidiano sono mediati dallo strumento informatico.

Parliamo di “nativi digitali” senza neanche immaginare quanto i nostri ragazzi, così abili a digitare sulle tastiere virtuali degli smartphone, non abbiano la benché minima idea di cosa ci sia dietro quello schermo luminoso dove giocano, chattano con gli amici, scambiano foto e video, studiano.

Secondo l’indice DESI, l’Italia nel 2021 si collocava in un bel poco lusinghiero ventunesimo posto in Europa, con i suoi 42% di cittadini di età compresa tra i 16 e i 74 anni che possiede perlomeno competenze digitali di base[1].

Questo significa, in breve, che un buon 58% degli oltre 60 milioni di italiani (più o meno, a spanne, parliamo di 35 milioni di persone) non ha neppure le competenze di base.

Non parliamo solo degli anziani, ovviamente, che per ragioni anagrafiche potrebbero avere maggiori difficoltà a imparare le nuove tecnologie, ma anche di giovani e giovanissimi che, alle prese con esigenze informatiche di base, come può essere formattare un testo con un qualsiasi word processor, si bloccano e non riescono a procedere.

Da un lato sicuramente ha influito la scarsa disseminazione di cultura informatica sin dagli anni della scuola dell’obbligo ma, dall’altro, anche l’estrema complessità di molte piattaforme informatiche certamente non aiuta i meno esperti a cavarsela in un mondo sempre più complesso come quello digitale.

Sempre più spesso, soprattutto su piattaforme pubbliche, io stesso ho difficoltà ad operare. Vuoi per l’assoluta contro-intuitività delle procedure informatiche che per l’uso di termini e linguaggio spesso troppo tecnico o burocratico, anche l’inoltro di una semplice domanda o un pagamento può trasformarsi in un incubo di ore di frustrazione davanti allo schermo.

In questo periodo sto partecipando a un corso organizzato dall’INPS nell’ambito dell’iniziativa ValorePA, tutto online. Bello, no? Solo che al termine di ogni giornata di lezione, essendo la frequenza obbligatoria, tutti gli alunni devono accedere alla piattaforma su inps.it, cercare la scheda del servizio e confermare la propria presenza al corso. Il tutto attraverso un 8-10 click/passaggi, compresi di inutili popup che chiedono prima conferma di ogni singola azione e la conferma che quell’azione è stata eseguita. Era davvero necessario? Probabilmente no, ma evidentemente qualche zelante burocrate ha deciso che la procedura doveva richiedere conferma all’utente per qualsiasi azione, sia mai che potesse anche solo rischiare di compiere qualcosa senza averne contezza (!), come se “dover accettare la clausola 1 bis del modulo 167/A come modificato dalla L. 189/1987 e successive integrazioni, sempre secondo il terzo comma da destra” fosse sufficientemente chiaro per chi non ha studiato diritto amministrativo.

Ci scherzo su, ovviamente, anche se da scherzarci c’è ben poco.

Tutta questa inutile complessità porta ad errori. Errori che hanno un costo anche economico e che non portano alcun beneficio. Anzi, aumentano le distanze con la popolazione civile che non riesce a distinguere una complessità artificiosa creata da qualche grigio burocrate con i vantaggi, innegabili, della tecnologia. Ma quando la tecnologia stessa ti è ostile, come biasimare chi, ancora oggi con soddisfazione, confessa che “io con questo cosi (smartphone, PC…) non ci capisco niente…“, quando gran parte del quotidiano passa proprio da qui, da queste autostrade digitali.

Penso che non avere competenze digitali oggi sia come non saper leggere o far di conto. Con il mondo digitale sempre più fondamentale alla nostra quotidianità, dal gestire il conto corrente al pagare le tasse al lavorare, non saperlo governare equivale a una menomazione, a un handicap non trascurabile.

L’errore è trascurare l’importanza della formazione per l’anello debole della catena: il cittadino. Continuare a introdurre complessità e ad aumentare l’interdipendenza con le tecnologie digitali ignorando il bisogno di formazione e consapevolezza dei cittadini porterà frustrazione, errori e problemi.

I dati ci dicono che l’85% degli incidenti informatici passa per una azione di un essere umano. Eppure vedo tante aziende preoccuparsi sprattutto di soluzioni tecnologiche, trascurando la formazione in dipendenti e collaboratori. Che assume, sempre più, una importanza cruciale per il governo dei processi nel mondo digitale.

Un gap culturale e formativo sempre meno sostenibile, che rischia di aumentare il divario tra chi saprà giuostrarsi con la tecnologia e chi, invece, condannato da una mancanza di formazione, ne resterà inesorabilmente escluso (il c.d. “digital divide“).

Quindi, per concludere, sottovalutare l’importanza di due elementi cruciali come il KISS – Keep it simple, stupid! – e la formazione degli utenti rischia di mandare a sbattere violentemente il treno dell’innovazione tecnologica italiano. Che no, mi spiace, non sarà colmato da inutili LIM nelle auole scolastiche…

[1] Indice DESI: cos’è, come si calcola e come si posiziona l’Italia

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