L’armadio della vergogna

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Dopo aver visitato Sant’Anna di Stazzema, ho acquistato il libro di Franco Giustolisi su “L’armadio della vergogna”, una terribile testimonianza di come questo Paese può decidere di insabbiare, ignorare, dimenticare la morte di migliaia di italiani, civili, bambini, donne e vecchi innocenti, massacrati dalle truppe tedesche con la complicità di alcuni “repubblichini” che negli ultimi anni della seconda guerra mondiale cercavano vendetta.

Un libro terribile, che ha suscitato in me una grande rabbia ed indignazione, oltre alla tragica consapevolezza che questo è un Paese che non vuole vedere, non vuole affrontare e non vuole giustizia per l’enorme bagaglio di vergogne che si porta sulle spalle, da decenni.

“L’armadio della vergogna” parla proprio di un armadio, “rinvenuto nel 1994 in un locale di palazzo Cesi-Gaddi (sede di vari organi giudiziari militari) in via degli Acquasparta nella città di Roma. Vi erano contenuti 695 fascicoli d’inchiesta e un Registro generale riportante 2274 notizie di reato, relative a crimini di guerra commessi sul territorio italiano durante l’occupazione nazifascista.” (Wikipedia), raccontandone il tremendo contenuto di testimonianze, documenti, atti e denunce rimaste lì, in un vecchio armadio abbandonato, sepolte per oltre 40 anni.

Niccioleta, piccolo borgo tra Prata e Massa Marittima (GR). 13-14 giugno 1944:

“Quella notte rimasero lì…c’era tutto quel vapore bollente che usciva dalla terra, ne trovarono anche qualcuno cotto…” […] ne furono uccisi 6 di minatori, il 13 giugno del 1944. Altri 77 furono eliminati il giorno dopo in una piccola valle…

Castello di Godego, Trieste, 29 Aprile 1945:

“Fu la marcia del dolore, la marcia della disperazione, la marcia della morte. Alla fine a Castello di Godego, in provincia di Treviso, rimasero in terra i cadaveri di 185 civili, accartocciati, seminudi, lordi di sangue. Avevano marciato, anche scalzi, per chilometri e chilometri, 15,20,30, obbligati a lunghe giravolte, picchiati duramente con i calci dei fucili se rallentavano il passo […]. Dall’alba al tramonto, da quando li hanno catturati sino a quando li hanno sterminati perché oramai non servivano più.”

E potrei continuare con le testimonianze e citare tutte le centinaia di luoghi dove sono avvenute stragi terribili, oltre alle più note Sant’Anna di Stazzema e Marzabotto.

Reati che è stata precisa volontà politica NON perseguire, nascondere, occultare. Per “non riaprire la ferita” dicevano, senza domandarsi chi potrà mai guarire le ferite di chi è rimasto, di chi si è salvato miracolosamente fingendosi morto, sepolto sotto decine di cadaveri, oppure di chi ha perso i genitori, i fratelli, i figli.

Viene quasi da ridere a pensare che dopo il ritrovamento qualcosa si è smosso -ben poco- per scoprire che gran parte degli imputati è ormai morto oppure irreperibile, magari fuggito in sud america.

Lo stesso processo Eric Priebke, uno dei massacratori delle Fosse Ardeatine a Roma, avvenne a seguito del ritrovamento dell’armadio. Un Priebke ormai vecchio, che “a causa della sua età avanzata e del suo stato di salute, le autorità argentine decisero, in un primo momento, il non doversi procedere con l’arresto optando invece, l’8 maggio successivo, per la misura degli arresti domiciliari nella sua casa di Bariloche. Il 9 maggio le autorità italiane inoltrarono la richiesta di estradizione ai giudici della Corte suprema argentina, richiesta che venne quindi accolta il 2 novembre del 1995.(Wikipedia).

La seconda guerra mondiale, neanche 70 anni fa. Eppure un periodo così lontano, che ormai non viene neppure studiato a scuola, di cui le nuove generazioni non sanno assolutamente nulla ed il ricordo delle atrocità vive negli occhi dei pochi anziani che sono ne sopravvissuti.

Proprio in questi giorni, anche a Siena come in molti altri comuni italiani, si celebrano le “liberazioni” dal regime nazifascista da parte degli Alleati: possono queste sopperire alla mancanza di giustizia che le vittime di questi delinquenti hanno subito ad opera dello stesso Stato che oggi le celebra ?

Michele Pinassi

Blogger, appassionato di tecnologia, società e politica. Attualmente Responsabile del Sistema telefonico di Ateneo presso l'Università degli Studi di Siena ed esperto di sicurezza informatica nello staff del DPO. Utilizza quasi esclusivamente software libero.

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