La mia visita all’EXPO 2015

Attenzione ! Questo articolo è stato scritto più di due anni fa. Ti prego quindi di considerare che le informazioni riportate potrebbero non essere aggiornate o non più valide.

Alla fine, complice l’acquisto con largo anticipo dei biglietti, decidiamo di andare a visitare l’Expo.

Prima di impegnarsi una giornata intera, però, preferiamo prenderci un “aperitivo” con un ingresso serale da 5€ per la Domenica, giorno notoriamente “caldo” in quanto ad affluenza, e già dalle file dell’ingresso si capisce che i visitatori non mancano.

Arriviamo con il treno alla stazione di Rho Fiera e, armati di santa pazienza ed ampiamente preparati dalle testimonianze degli amici e colleghi che ci hanno preceduto nonché dotati di acqua e viveri nello zainetto (le buone care vecchie abitudini di non dare mai niente per scontato !), ci mettiamo in fila per entrare.

La soluzione più pratica sembra essere quella di acquistare via web i biglietti, con carta di credito, ed installare l’applicazione Expo 2015 sul proprio smartphone: gli e-tickets, con il QRCode necessario per il passaggio ai tornelli, sarà visualizzato direttamente sul display consentendo di risparmiare carta (su 250.000 visitatori al giorno, se ognuno stampa il proprio biglietto, sono ben 500 risme di carta sprecata !)

Una volta entrati, il senso di smarrimento è evidente. Una ragazza, volontaria EXPO, ci consegna una mappa per orientarsi. Poco da fare: gli spazi sono enormi e c’è gente ovunque. Ci consiglia il padiglione zero, proprio davanti a noi. Ok, è uno di quelli consigliati, così ci mettiamo in fila (attesa prevista, 40 minuti) per entrare.

Durante le attese l’argomento di comversazione più gettonato sono i consigli sui padiglioni: chi suggerisce di partire dall’Austria ed il suo bosco, chi dal Giappone che “anche se abbiamo fatto 5 ore di fila (!) ne è valsa la pena“, chi dall’Emirati Arabi, chi dall’Equador… insomma, capisco presto che il tutto è molto soggettivo e che la noia di stare in coda, aggiunta alla frustrazione delle lunghe attese, rende necessario scaricare la tensione accumulata attraverso lo scambio di opinioni e la ricerca di stimoli per continuare l’autoflagellazione delle interminabili code.

Dopo 40 minuti circa di attesa, entriamo nel Padiglione Zero, per noi il primo dell’EXPO. Struttura tutta in legno – bella- per entrare in una sala più grande dove viene proiettato un film su una parete enorme, causandomi un leggero giramento di testa. Un film, probabilmente ambientato in Grecia, Turchia o Albania, che ritrare la vita contadina dall’alba al tramonto. Nessun dialogo, tecnicamente bello, bella fotografia e belle scene. Siamo ad un festival del cinema ? Proseguiamo nella sala vicina: proiezione su pannelli appesi al soffitto di frutta e verdura che cadono. Alle pareti, cereali e spezie incastrate tra due spesse lastre di plexiglass. Sala successiva: riproduzioni di animali in plastica bianca. Pesci appesi al soffitto, bufali, cinghiali, anatre, cavalli… continuiamo per trovarsi in una specie di anfiteatro all’aperto per poi rientrare. Riproduzione di un campo arato -finto, di plastica e polisterolo- con tanto di mulino ad acqua. Nel centro della sala, una enorme giara con proiezione sul suffitto. Proseguiamo. Plastico dei “land” tedeschi, italiani, nord americani sull’agricoltura meccanizzata ed un enorme pannello simile alla borsa di Wall Street dove scorrono i numeri del prezzo delle materie prime alimentari. Sala successiva incentrata sullo spreco e sulle catastrofi naturali, forse la più interessante intellettualmente parlando. Spiando come da dietro una trincea, un video trasmette cataclismi a non finire. Ok, ricevuta la mia quotidiana dose di terrore. Sala successiva sulle esperienze di agricoltura sostenibile con tanto di foto di bambini africani denutriti che mangiano, tutti insieme, una brodaglia gialla con un mestolone: il classico cliché, ci manca una raccolta fondi alla fine e sembra il tendone dell’Unicef. Termina qui il Padiglione Zero.

Torniamo, un po’ smarriti, sul decumano, una lunga via sovrastata da enormi pannelli bianchi. Architettonicamente è bellissimo, niente da dire, ed anche l’impatto visivo è impressionante: come in una immensa scenografia cinematografica, in una perfetta allegoria del mondo contemporaneo, sul “salotto buono” del decumano si affacciano i padiglioni dei paesi che ambiscono o confermano la loro presenza tra i “grandi”. Alla periferia, nelle aree interne o nei cosiddetti “cluster” (raggruppamenti di paesi simili per produzione a cui sono stati assegnati piccoli spazi espositivi in attinenza al prodotto caratteristico, come il caffè, la frutta secca, il cacao) i padiglioni dei paesi, appunto, alla periferia del mondo.

Il tema, giusto come promemoria, è “nutrire il pianeta”, il cibo. A ricordarlo, tra l’altro, una pacchiana parata che durante la giornata avviene lungo il decumano aperta da “Foody”, mascotte dell’esposizione universale 2015.

Ma di cibo vero, bene sottolinearlo, se si esclude ovviamente i costosi ristoranti con cibi tipici nazionali o i chioschi di street food dove si può mangiare qualcosa a prezzi più normali, non ve ne è: anche nei padiglioni il cibo è rappresentato da giochi di luce o riproduzioni di plastica. Qualcuno ha provato a giocare sull’olfatto, offrendo la possibilità di annusare i prodotti tipici del paese ma l’unico cibo vero che ho avuto modo di assaggiare sono state delle mele, buonissime, offerte da alcuni agricoltori della Coldiretti posizionati nella zona del “cibo”, dove tra l’altro è possibile visitare un supermercato Coop del futuro (o, perlomeno, futuribile …ma neanche troppo: diciamo tra 5 anni, via…).

La vecchia soluzione di portarsi dietro i panini e qualche frutto da sgranocchiare è stata ottima. Al di là della possibilità di andare al padiglione della Coop ed acquistare qualcosa a prezzi normali, c’è anche l’occasione di mangiare cibo etnico e street food a prezzi accettabili. Portate con voi la borraccia: sono disponibili case dell’acqua che erogano, gratuitamente, acqua liscia e gassata.

Del resto non è solo stato il tema del cibo ad essere assente ma i contenuti in generale. Al di là delle belle facciate, delle strabilianti architetture, degli straordinari effetti visivi e sonori, delle stupefacenti installazioni multimediali, tutto questo è sembrato una enorme operazione commerciale di autoproclamazione degli orgogli nazionali, condito ovviamente dalla necessità di promuoversi sul lato turistico e commerciale.

Una colossale manifestazione di ipocrisia, dove al messaggio “cibo per tutti” e “meno spreco” si affiancano architetture miliardarie che tra meno di un mese saranno abbandonate nella periferia di Milano. Dove all’invito ad una “alimentazione salutare” e “basta cibo spazzatura” si affianca la presenza del Mc Donald, sponsor della manifestazione.

Una cosa è chiara, lampante, lapalissiana: l’Expo ha fatto girare una enorme marea di soldi. E francamente sorprende vedere tra i padiglioni del decumano la presenza dell’Angola, paese del sud-africa con un PIL pro-capite di 6400$, al 113° nella classifica mondiale. Soprende vedere installazioni con cibo di plastica. Sorprende vedere persone in fila anche per 5 ore (padiglione del Giappone) e decine di migliaia intente a fissare l’Albero della Vita dallo schermo del proprio “telefonino”, intenti a registrare in video (da far vedere a chi ?) lo scialbo spettacolo di luci e suoni che ogni sera, dalle 21:00, viene proposto accanto al Padiglione Italia.

L’Expo è l’allegoria della società contemporanea: tutta apparenza, poca sostanza.

Questa ovviamente è la mia personale, personalissima, opinione.

Concludendo, vale la pena andare all’Expo anche solo per vedere -finalmente !- una organizzazione che funziona: non solo il servizio di assistenza è efficente ma i padiglioni sono accessibili sia per i disabili che per i passeggini. Vi è divieto di fumo in tutta l’area, ad eccezione di appositi luoghi segnalati.

Vale la pena anche per gustarsi le straordinarie architetture e gli spettacoli multimediali. Vale la pena fare gli ingressi serali perchè, con 5€, vi godete l’Expo nel momento migliore quando c’è meno ressa e con la medesima cifra non andate neppure al cinema.

Vale la pena andare in treno o in metro: è comodo, economico ed ecologico.

Se cercate contenuti ed informazione, lasciate perdere.

Buon divertimento !

 

Michele Pinassi

Nato a Siena nel 1978, dopo aver conseguito il diploma in "Elettronica e Telecomunicazioni" e la laurea in "Storia, Tradizione e Innovazione", attualmente è Responsabile del Sistema telefonico di Ateneo presso l'Università degli Studi di Siena ed esperto di sicurezza informatica nello staff del DPO. Utilizza quasi esclusivamente software libero.

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