Roma punta sul software libero, Siena lo boccia

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“Le conversazioni sarebbero enormemente migliorate dal costante uso di quattro semplici parole: Io non lo so.”
André Maurois

Durante una delle ultime sedute del Consiglio Comunale di Siena, ho finalmente avuto modo di presentare la mia mozione per impegnare l’amministrazione nella “promozione, la diffusione e l’adozione di software open source e di formati standard aperti per i documenti”.

Una mozione dettata soprattutto dalla necessità di mettere in guardia gli amministratori sui pericoli dell’obsolescenza digitale e sulla corretta conservazione e protezione dei dati sensibili e personali dei cittadini. Troppo spesso, infatti, assistiamo a situazioni in cui le amministrazioni sono legate mani e piedi ad aziende informatiche produttrici di software proprietari, magari in formati chiusi o non standard.

Una mozione che ricalca, in molti punti, quella che l’Assemblea comunale capitolina di Virginia Raggi ha recentemente adottato (Deliberazione n. 55 del 14.10.2016) impegnando “l’Amministrazione Capitolina, secondo quanto previsto dall’art. 68 del D.Lgs. n. 82/2005 e s.m.i., all’uso di software libero o a codice sorgente aperto, ovvero di promuovere e sostenere l’adozione di formati e protocolli aperti in ogni ambito, sia lato server che desktop, sia con riferimento agli strumenti di collaborazione che a quelli di gestione dei contenuti e al metodo di sviluppo degli applicativi;” e di “promuovere l’introduzione, anche in via sperimentale, di software liberi e/o aperti, con caratteristiche compatibili con le esigenze dell’Amministrazione Capitolina, interessando inizialmente le postazioni informatiche e i server capitolini privi di particolari vincoli di interazione con altre procedure e/o applicativi, nel rispetto dei livelli di sicurezza e integrità dei dati;“.

Una visione lungimirante, basata sulle normative ministeriali definite nel CAD, Codice dell’Amministrazione Digitale, la normativa sulla quale le PA dovrebbero costruire le proprie politiche sull’IT. Disponibile sul sito dell’Agenzia per l’Italia digitale, il CAD ha come finalità che “Lo Stato, le Regioni e le autonomie locali assicurano la disponibilità, la gestione, l’accesso, la trasmissione, la conservazione e la fruibilità dell’informazione in modalità digitale e si organizzano ed agiscono a tale fine utilizzando con le modalità più appropriate le tecnologie dell’informazione e della comunicazione.

In particolare, il CAD affronta anche le specifiche tecniche relative ai documenti informatici, sottolineando la necessità che siano in formati aperti, ovvero “quando ne viene resa pubblica, mediante esaustiva documentazione, la sintassi, la semantica, il contesto operativo e le modalità di utilizzo”: in due parole,  l’uso di documenti .DOC di proprietà della Microsoft Corp. non è conforme alle linee guida ministeriali.

Nella mozione ho anche sottolineato la necessità di procedere ad una migrazione, dove possibile, del sistema operativo da proprietario a open source, non solo conseguendo indubbi vantaggi sotto il profilo economico dovuti al risparmio di licenze software ma soprattutto per poter garantire al cittadino la dovuta sicurezza (ed assenza di backdoor) che un software proprietario closed source non può fare. Credo infatti che gli strumenti informatici che le PA utilizzano per trattare e conservare i dati che riguardano tutti noi cittadini debbano essere al di sopra di ogni sospetto relativamente alla loro sicurezza, pertanto il criterio della disponibilità del codice sorgente debba essere il requisito minimo prima di ogni decisione.

Purtroppo, anche se il legislatore ha pubblicato una normativa piuttosto innovativa, ha lasciato aperti alcuni spiragli dentro i quali le PA sguazzano per continuare a procrastinare ed a giustificare le acquisizioni di software e servizi informatici: la più frequente è il rispetto delle necessità peculiari dell’ufficio, come se una segreteria non potesse utilizzare sistema operativo Ubuntu ed LibreOffice per fare le medesime cose che fa con MS Windows e Word.

Spesso queste decisioni vengono prese più per consuetudine che altro, fomentati da dirigenti che non conoscono le tematiche trattate e limitano le loro conoscenze informatiche ai prodotti commerciali più diffusi, ignorando sia le normative che le possibilità.

Questo atteggiamento di resa incondizionata al mercato del software commerciale da parte delle PA comporta un aggravio di costi per le Amministrazioni e per i cittadini, oltre che rischi reali sia per la sicurezza delle piattaforme che dei dati ivi memorizzati: le conseguenze, in un futuro neanche troppo lontano, rischiano di essere catastrofiche.

Non lo dico io: è recente una intervista a Vint Cerf, uno dei padri di Internet, in cui ammonisce che “Quando si pensa alla quantità di documenti presenti nelle nostre vite quotidiane e immagazzinati in forma digitale come le e-mail, i tweet e tutto il web, è chiaro che potremmo perdere una grossa fetta della nostra storia. Non vogliamo che le nostre vite digitali scompaiano. Se vogliamo preservarle dobbiamo assicurarci che gli oggetti digitali che creiamo oggi siano ancora accessibili nel futuro”. 

Ci stiamo lasciando dietro un deserto digitale, grazie all’ignoranza e l’ignavia di dirigenti e politici, e la PA è coinvolta mani e piedi.

Nella foto di copertina: clausole di accettazione di utilizzo per i dispositivi BlackBerry, che evidenziano bene i tanti vincoli e limiti del software proprietario.

Michele Pinassi

Blogger, appassionato di tecnologia, società e politica. Attualmente Responsabile del Sistema telefonico di Ateneo presso l'Università degli Studi di Siena ed esperto di sicurezza informatica nello staff del DPO. Utilizza quasi esclusivamente software libero.

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