Nostalgia del telefono a gettone

Sono un appassionato di tecnologia, nel senso che mi affascinano le innovazioni tecnologiche. E non sono pertanto un tecnofobo, premessa indispensabile per contestualizzare meglio ciò che vorrei dire.

Provate a fare, con la memoria, un salto indietro di circa 20-25 anni. Si, quando ancora non c’erano i “telefonini” (iniziavano a comparire proprio in quegli anni, costosi ed ingombranti) e le cabine telefoniche erano l’unica soluzione per poter avvertire a casa che si sarebbe fatto tardi per cena.

Da qualche parte ricordo ancora i cosiddetti “cambiagettoni“, dei parallelepipedi gialli dove inserivi le tue 200 lire, tiravi e spingevi una leva di plastica gialla e tlin tlin, cadeva un gettone.

Nei luoghi più remoti della provincia le uniche postazioni telefoniche pubbliche erano nei bar e nei circoli arci, cabine insonorizzate messe in disparte nella sala del biliardo, dove il barista azionava il contascatti prima di ogni telefonata.

A quei tempi ero un adolescente motorizzato (50 ino e poi 125 cc), appartenevo cioè a quella categoria di figli che fanno più preoccupare i genitori, sempre in ansia ad ogni minimo ritardo e nel dubbio sull’effettiva posizione geografica del loro figlio.

Niente drammi, per carità: era ordinaria amministrazione. Alle brutte, se era possibile, si cercava una cabina e si telefonava a casa, oppure si chiedeva all’amico di farci avvertire del ritardo. Comunque sia, siamo in tanti i sopravvissuti a quell’epoca, che gli adolescenti di oggi fanno fatica anche solamente ad immaginare.

Voi che siete vissuti in quell’epoca, ammettetelo: non era tutto molto più rilassante ?

Già, perché la diffusione della tecnologia ha anche un risvolto negativo: l’abitudine.

E l’abitudine odierna è semplice: sempre rintracciabili, ovunque, sempre. Pronti sull’attenti ad ogni chiamata sul cellulare, notifica di sms, e-mail, Whats’app etc etc etc…

..che stress !

Ho ascoltato madri che si lamentavano, ad esempio, che al figlio di 6-10 anni le maestre facevano spegnere il cellulare durante le ore di lezione, sconvolte perché sentivano l’esigenza, in qualunque momento, di poter contattare la propria prole. Così come sono moltissimi i giovani che non riescono a separarsi da Facebook, Twitter, Instagram… neanche mentre fanno cena o una giornata rilassante al mare, in spiaggia. Sembra quasi che ormai la necessità di vivere esperienze sia correlata alla necessità di poterle condividere attraverso i social network, commisurandone il successo a seconda di quanti “mi piace” si riesce a conquistare.

Eppure fino a 20 anni fa nessuno sentiva questa esigenza: eravamo pochissimi ad avere Internet e ci guardavano come alieni. La chat con gli amici era IRC, C6 (…qualcuno se lo ricorda ?)  e poco più. E quando si era fuori casa al massimo si spedivano SMS e nulla di più. Per risparmiare, addirittura, ci si contattava a “squillini” !

Oggi condividiamo immagini, video, pensieri…alla velocità della luce, spesso senza neppure preoccuparsi delle conseguenze di tutta questa leggerezza sociale, prescindendo la nostra giornata proprio da questa necessità di condividere, talvolta con persone che neppure conosciamo.

Alla fine la riflessione è quasi d’obbligo: questa schiavitù tecnologica ci rende più liberi o più schiavi ?

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