A chi appartengono le nostre attività in Rete ?

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Ormai abbiamo tutti un account di posta elettronica su Google, un blog su WordPress, e-book su Kindle, documenti su Dropbox etc etc etc… ma a chi appartengono, in realtà, quei dati ? O, meglio, chi ne ha il pieno possesso, oltre a noi ?

L’ispirazione per questo articolo mi è nata da un trafiletto su Internazionale in merito al blog di Dennis Cooper, uno scrittore statunitense che da 14 anni aveva un blog (molto sgeuito) sulla piattaforma di Google. Ed improvvisamente, senza alcun preavviso o motivazione plausibile, Google ha rimosso il blog dalla piattaforma. E purtroppo non c’è libertà di parola che tenga quando si parla di rapporti tra privati, soprattutto quando uno dei due è un fornitore di servizi (provider) che all’atto della stipula dell’accordo di servizio specifica chiaramente che “potremmo sospendere o interrompere la fornitura dei nostri Servizi all’utente qualora questi non rispettasse i nostri termini o le nostre norme oppure qualora stessimo effettuando accertamenti su un caso di presunto comportamento illecito.”, non dimenticandosi di specificare che “Con l’utilizzo dei nostri Servizi, l’utente non diventa titolare di alcun diritto di proprietà intellettuale sui nostri Servizi o sui contenuti a cui accede.” (Termini di Servizio, Blogger.com). 

Ho preso i Termini di Servizio di una piattaforma famosa come Blogger.com, gestita da Google, ma clausole simili sono praticamente presenti ovunque, su qualunque servizio ci si appresti ad acquistare o utilizzare su Internet.

Facebook, ad esempio, nella sua Normativa sui Dati, in modo sibillino specifica che “Memorizziamo i dati per il tempo necessario a fornire a te e alle altre persone i prodotti e servizi, compresi quelli descritti sopra. Le informazioni associate al tuo account resteranno memorizzate fino all’eliminazione dell’account, a meno che non ne avremo più bisogno per fornire prodotti e servizi.” (Normativa sui Dati, Facebook). 

Niente di nuovo o di strano: usiamo gratuitamente i servizi di una azienda, che investe molti soldi per le piattaforme, per lo sviluppo, per la connettività etc etc etc e da qualche parte i soldi devono anche entrare. E qui entrano in gioco i nostri dati, utilizzati per profilarci meglio e per vendere ad aziende terze pubblicità mirate su prodotti che potrebbero interessarci.

Se accettiamo di essere “profilati” e quindi rinunciamo a parte della nostra privacy (Google memorizza tutte le ricerche che effettuiamo sull’omonimo motore di ricerca, per poi mostrarci pubblicità attinenti), possiamo usare queste piattaforme. Con la consapevolezza che un giorno, improvvisamente, potremmo anche trovarci il nostro account bloccato e tutti i dati che vi avevamo salvato persi.

Concludendo, senza voler demonizzare i fornitori di servizi, l’importante è la consapevolezza che tutto ciò che facciamo o pubblichiamo in Rete non ci appartiene interamente. E non abbiamo molte alternative, se non quella di proteggere le nostre attività sfruttando sistemi di anonimizzazione come Tor. Ma questo è un altro argomento e lo affronteremo un’altra volta.

 

Michele Pinassi

Nato a Siena nel 1978, dopo aver conseguito il diploma in "Elettronica e Telecomunicazioni" e la laurea in "Storia, Tradizione e Innovazione", attualmente è Responsabile del Sistema telefonico di Ateneo presso l'Università degli Studi di Siena ed esperto di sicurezza informatica nello staff del DPO. Utilizza quasi esclusivamente software libero.

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