La città di Roma è pronta per l’Open Source

“Che tale tipologia di software (open source, nda) , garantisce, a differenza del software proprietario, l’accesso al codice sorgente che è prerequisito per lo studio, l’apporto di modifiche, la libera condivisione e la riutilizzazione da parte di soggetti terzi senza vincoli, evitando fenomeni di lock-in tecnologico e di monopolio da parte dei fornitori;”
Delibera n. 55/2016 del Comune di Roma

L’OSOR – Osservatorio per l’Open Source europeo – pubblica un interessante articolo sulla strategia del Comune di Roma per la migrazione a soluzioni FLOSS (Free Libre Open Source Software – i.e. software libero) di cui avevo già parlato più di un anno fa, indicando come chiave dell’operazione le modalità di contrattazione dei servizi IT richiesti dal Comune stesso.

Many of the current IT contracts will need to be renewed next year, and by 2020 all current contracts will have been renewed, says Cecilia Colasanti, who works for Rome’s city councillor for Digital Innovation.

Nella delibera n.55 approvata nell’ottobre 2016 dall’amministrazione capitolina si è dato ufficialmente inizio ad una importante campagna di liberazione delle piattaforme informatiche comunali (oltre 24.000 postazioni) per arrivare a “l’indipendenza da uno specifico fornitore; la possibilità di sviluppare o ampliare autonomamente parti del software attraverso l’intervento sul codice sorgente; la possibilità di trasmettere nuove applicazioni eventualmente sviluppate in proprio o tramite terzi ad altre amministrazioni secondo il principio del riuso; il controllo sulle operazioni svolte dal software che assicura un maggiore grado di sicurezza; la certezza per chiunque ed in qualunque momento, anche futuro, di accedere ai dati e di apportare miglioramenti o modifiche;“.

Ho più volte affrontato la problematica del lock-in e di come rappresenti un concreto pericolo per la PA italiana, con dirigenti troppo poco esperti di IT e quindi alla mercé dei fornitori e delle multinazionali del software che, come ogni azienda, ma come obiettivo principale il profitto. Eppure il CAD – Codice dell’Amministrazione Digitaleall’art 68 indica chiaramente che le Pubbliche Amministrazioni sono tenute ad utilizzare prioritariamente software libero: principio costantemente disatteso, soprattutto perché la tanto declamata “analisi comparativa delle soluzioni“, da effettuarsi secondo i criteri esplicitati nella normativa, offre comode e agevoli scappatoie. Una su tutte: la non obbligatorietà di allegare tale analisi agli atti per l’acquisizione di software.

Il rischio concreto di lock-in è confermato anche dalla dott.ssa Marzano, assessore del Comune di Roma: “Currently, about one-third of our IT spending is distributed among just six IT vendors, some of which have been operating within the administration for more than three decades”, che motiva anche con la volontà di porre fine a questo oligopolio la decisione di migrare a software libero.

Ma quante PA sono nella medesima situazione, se non peggiore ? Sicuramente la stragrande maggioranza, in Italia, non solo non ha avviato alcuna iniziativa in merito al software libero ma, peggio, ne ignora l’esistenza e gli obblighi normativi definiti nel CAD.

Eppure non è così difficile iniziare un percorso di “liberazione” dal software proprietario, procedendo per gradi e secondo le reali esigenze dell’utenza. Lo stesso Comune di Roma, come primo step per l’importante ma faticosa migrazione (“We know that changing tools can create intense resistance. This will take time” conferma la dott.ssa Colasanti), ha sostituito il pacchetto “office” con l’equivalente LibreOffice, una suite totalmente libera per la scrittura dei documenti, fogli di calcolo, gestione database e presentazioni. Una validissima alternativa –per certi versi anche migliore– al ben più blasonato, e costoso, MS Office della Microsoft. E’ la stessa operazione realizzata dal Ministero della Difesa, denominata “LibreDifesa”, e da molte altre realtà pubbliche, compreso il Comune di Siena (Risposta a specifica interrogazione in data 6.03.2014): per le postazioni non specialistiche, ad esempio quelle per le segreterie, spesso gli utenti neanche si accorgono che il software che utilizzano per la videoscrittura è cambiato !

Per quanto riguarda invece tutta la parte più specialistica, possono ovviamente esserci necessità particolari espletabili solamente attraverso software proprietario: mi viene in mente tutto il software per la progettazione, come AutoCAD o similari, leader nel settore, difficilmente sostituibili con alternative libere (anche se esistono, come LibreCad o QCad). Anche per quanto riguarda il fotoritocco o il rendering 3D, molti sono abituati a credere che esista solamente la suite Adobe e il suo famoso Photoshop. In realtà nel mondo del software libero vi sono fantastici programmi come The Gimp, Inkscape, Blender, Digikam che possono agevolmente soddisfare le esigenze dell’utente medio nel settore della grafica e del fotoritocco.

Tuttavia il processo di migrazione a soluzioni FLOSS per una realtà così grande (lo ricordo: oltre 24.000 postazioni, più i server), attualmente sotto dominio MS Windows, deve essere progettato nei minimi particolari. Nel dettaglio, l’Amministrazione ha predisposto una roadmap dell’intera operazione, dove si identificato tre modelli di implementazione: Supporto professionale all’uso e alla gestione di FLOSS, che prevede il supporto di fornitori per i servizi di training e assistenza professionale per le soluzioni FLOSS adottate; Doppia licenza (dual licensing), che prevede l’adozione di prodotti software che sono offerti sia con una licenza libera (come, ad esempio, la licenza GNU GPL 14) sia con una separata licenza proprietaria, ad esempio Oracle–MySQL e Berkeley DB, Alfresco Software, etc…; Open core, prevedendo l’aggiunta di un software proprietario da parte di un fornitore, come ad esempio lo sviluppo di add-ons specifici o di front-end gestionali, a software FLOSS.

Ricapitolando, l’importanza di adottare soluzioni FLOSS da parte della Pubblica Amministrazione si può sintetizzare in:

  1. la riduzione/eliminazione del lock-in dal fornitore;
  2. la possibilità di dare ad altre PA il proprio software in riuso;
  3. un migliore rapporto qualità/prezzo;
  4. l’interoperabilità tra i sistemi (propri e di altre PA);
  5. di poter verificare l’esistenza di eventuali backdoor;
  6. di poter accedere, per sempre, ai propri dati (in realtà sono dati dei cittadini);
  7. che i dati siano in formato aperto (fruibili sempre anche per migrazioni ad altre piattaforme) e rimangano tali, proteggendoli dal fenomeno dell’obsolescenza digitale;

Si potrebbe obiettare che per il software libero non c’è ancora adeguata diffusione e promozione, anche da parte delle scuole: ancora oggi la presenza dei prodotti Microsoft all’interno degli istituti scolastici è massiccia e purtroppo si continua a insegnare “Word, Excel e Powerpoint” invece di “videoscrittura, foglio di calcolo e presentazioni” (la differenza è sostanziale), anche per incompetenza e scarsa cultura informatica di un corpo docente troppo tradizionalista.

Per questi motivi è fondamentale che un processo di questo tipo nasca anche e soprattutto dalla PA italiana: lo scoglio oligopolista si può superare solamente se la politica adotta strategie lungimiranti che, nel lungo periodo, influenzeranno anche il mercato: la strategia capitolina è anche questa, ovvero riuscire ad indirizzare il mercato verso soluzioni open-source responsabilizzando i dirigenti che si occupano degli appalti e delle forniture “for making sure that IT vendors and service suppliers come up with alternatives, and suggest the best approach“.

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