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Due parole sul pubblico impiego
0Non è certo un mistero: sono un dipendente pubblico e lavoro all’Università degli Studi di Siena. Sono stato investito della responsabilità della Telefonia di Ateneo, incarico che ho accettato più che volentieri e che ha dato un importante stimolo alla mia attività lavorativa. Insomma, a lavoro vado volentieri e mi piace quello che faccio, cercando di impegnarmi al meglio su un progetto in cui credo. Anche se il mio stipendio mensile supera di pochi spiccioli 1.100€.
Sono stato assunto nel febbraio del 2005, cat. contrattuale C1, dopo aver fatto regolare concorso pubblico come informatico. Successivamente ho avuto l’opportunità di partecipare ad un ulteriore contratto per essere assunto a tempo indeterminato, conquistando il cosiddetto “posto fisso“.
Insomma, non sono stato assunto da parenti, amici o politici vari. Ho studiato e partecipato ad un concorso pubblico, dove insieme a me c’erano altre decine di candidati.
Il posto fisso pubblico è sempre stato considerato una sorta di sancta sanctorum del lavoro, un obiettivo da raggiungere per molti, ad ogni costo. E questa grande ambizione al pubblico ha fatto sì che diventasse probabilmente la più importante “merce di scambio” per il clientelismo elettorale. Quante mamme si sono raccomandate al politico di turno per “sistemare il figlio”. E quanti voti, quante bustarelle, quanti piaceri per ottenere l’ambito posto fisso !
Lo ammetto, anche io -pur non avendo avuto raccomandazioni o spinte di alcun tipo- ho ambito alla sicurezza che offre un posto fisso nel pubblico impiego. Ma certo non credevo che mi sarei trovato a combattere contro un ambiente intriso di mediocrità, clientele, politica e assenza di meritocrazia.
In più mi sento continuamente ripetere, da amici e conoscenti, che “voi nel pubblico non fate nulla” “siete dei fannulloni” etc etc etc e l’aspetto veramente triste è che mi trovo in difficoltà a dire che non è vero, che è una percezione errata: ce ne sono di colleghi che passano le giornate a girarsi i pollici, a giocare a solitario, a giro per gli edifici…
A fronte di questo vedo l’impossibilità, per l’amministrazione, di poter fare qualcosa contro queste persone, individui che gettano discredito sull’intera comunità dei lavoratori statali !
Parte della responsabilità ritengo che sia anche dei sindacati, che spesso difendono a prescindere anche coloro che, in un mondo normale, dovrebbero essere cacciati senza remora ! E proprio per questo comportamento hanno perso gran parte dell’importanza che, invece, un sindacato dovrebbe avere nel proprio ruolo: la tutela del lavoratore.
Questo stato di cose, questo appiattimento del pubblico impiego, provoca non solo una immagine pubblica distorta ma è la conseguenza dei tagli lineari che vengono fatti agli stipendi dei lavoratori in quanto misura “socialmente accettata” (con la scusa del “tanto son tutti fannulloni“). Ma del resto cosa possiamo aspettarci che sia l’immaginario collettivo quando basta recarsi in un qualsiasi ufficio pubblico per sentirsi rispondere svogliatamente e le pratiche hanno tempi lunghissimi ?
La sicurezza di non poter essere licenziati, in cambio di un salario mediamente più basso rispetto ad un analogo impiego nel privato, ha fatto si che il pubblico diventasse l’obiettivo per i tanti scansafatiche raccomandati che avevano bisogno di un ”posticino da qualche parte”. E questi fannulloni occupano magari anche posti dirigenziali, incapaci di portare a termine gli incarichi assegnati, impiegando mesi per qualsiasi attività, demotivando anche chi sarebbe animato dalla voglia di fare “il capo non fa nulla dalla mattina alla sera..e prende pure più di me ! Ma chi me lo fa fare di ammazzarmi di lavoro ?“.
Ma il lavoro c’è, le mansioni devono essere svolte, ed ecco che l’intero apparato statale si basa su quella parte di dipendenti che lavora, che si impegna, che cerca di migliorare e di cambiare l’intero sistema, reclamando più giustizia e più meritocrazia.
“Sii tu il cambiamento che vuoi vedere nel mondo” diceva Mahatma Ghandi, ed io spero di continuare ad avere la forza e la volontà di provare a dimostrare che un altro mondo, anche nel “pubblico”, è possibile. Perché un paese incapace di sorreggersi su una solida colonna vertebrale come è il servizio pubblico (sanità, istruzione, università, servizi sociali) è destinato a crollare su se stesso come un castello di carte.
Per concludere, se per avere un servizio pubblico meritocratico debbo rinunciare alla sicurezza del posto di lavoro sono disposto ad accettare anche questo compromesso. Purché le regole siano le stesse per tutti.
E ora, miei cari colleghi, offendetemi pure…
About Michele Pinassi
Nato a Siena nel 1978, dopo aver conseguito il diploma in "Elettronica e Telecomunicazioni" e la laurea in "Storia, Tradizione e Innovazione", attualmente è Responsabile del Sistema telefonico di Ateneo presso l'Università degli Studi di Siena. Utilizza quasi esclusivamente software libero. Dal 2006 si occupa di politica locale come attivista nel Movimento Siena 5 Stelle.
Ma chi sono gli “esodati” ?
34Ultimamente sentiamo spesso parlare degli “esodati”. Questo neologismo si riferisce a “quelle centinaia di migliaia di persone che avevano stipulato accordi (individuali o collettivi) con le proprie aziende per lasciare il posto di lavoro prima dell’età pensionabile e che ora rischiano di ritrovarsi per anni senza stipendio, senza ammortizzatori sociali e senza pensione, perché nel frattempo il Governo stesso ha aumentato l’età pensionabile.” (fonte)
In pratica cosa è successo ? Bene, immaginiamo un lavoratore delle Poste prossimo alla pensione, secondo la precedente legislazione. A questo lavoratore venne offerto, circa 1 anno fa, in cambio delle dimissioni, una tantum di 30-40.000€ più l’assunzione del figlio a tempo indeterminato (fonte).
Mettiamo che vi siano persone che hanno accettato un accordo simile e che, con il cambio della legislatura, non andranno in pensione tra 1-2 anni ma tra 5-6-10 anni, come conterma l’articolo di Repubblica:
Gli esodati sono quei lavoratori che hanno interrotto il proprio rapporto di lavoro contando di andare in pensione con le vecchie norme (vigenti al 31 dicembre 2011) e che invece, a causa della riforma delle pensioni, rischiano di vedere la data di pensionamento slittata. In pratica, rischiano di trovarsi senza stipendio, ma anche senza pensione per un periodo di tempo non indifferente, e cioè anche per 5-6 anni.
E’ chiaro che quello che sembrava un vero vantaggio (30.000€ netti per due anni non sono così pochi…) si trasforma in una tragedia. Ma alla fine a chi è da imputarsi la responsabilità ? Il lavoratore esodato ha accettato una “scommessa”, senza considerare che le regole potevano anche cambiare (in Italia accade a ogni mutamento di vento !).
Secondo Polillo, sottosegretario all’Economia, una soluzione potrebbe essere l’annullamento dell’accordo: ”gli esodati hanno firmato un accordo con le aziende; se cambiano le condizioni che hanno legittimato quell’accordo, secondo i principi generali dell’ordinamento giuridico, possono chiedere che quell’accordo sia nullo”
A questo sembra dai numeri, oltretutto, non si tratta di un problema limitato a poche migliaia di lavoratori: le stime parlano di oltre 350.000 persone, pertanto il problema diventa anche “politico”.
E’ comunque vero che testimonianze come questa fanno riflettere:
“Sono uscita dalle Poste il 1 di luglio: mi hanno proposto di licenziarmi (dopo 35 anni e 6 mesi di lavoro, a 59 anni) in cambio dell’assunzione part-time di mia figlia. Ho accettato perché avevo la pensione a portata di mano ma ora con la riforma sono diventati 5 anni e mezzo!”.
Qualunque sia la soluzione, si pone un problema di “giustizia etica”: tra un lavoratore che ha rifiutato un accordo simile, per prudenza, e uno che ha accettato per il “facile guadagno” sarebbe corretto non metterli entrambi sullo stesso piano.
Personalmente, pur dispiacendomi per le persone coinvolte, lo ritengo semplicemente la perdita di una “scommessa” che l’ex-lavoratore ha fatto con l’azienda. A meno che non vi siano stati obblighi di accettazione, ne lqual caso anche il mio punto di vista cambia radicalmente, per gli altri casi sono state scelte di cui bisogna assumersi la responsabilità. E non è giusto che il Governo debba ripianare gli errori delle scelte altrui, anche se si tratta di numero importanti.
E’ un momento delicato in cui bisogna centellinare le risorse disponibili, dedicandole a quei settori capaci di dare slancio al paese. In cui, se non si riesce a trovare una via di fuga al crollo dell’economia italiana, tra qualche anno non ci saranno problemi di pensioni per il semplice motivo…che non ci saranno più soldi per nessuno !
Aggiornamento 30/07/2012
Il sig. Giuliano mi ha scritto una mail chiarendo alcuni aspetti della questione:
“Innanzitutto chi ha firmato accordi con poste italiane per fare entrare il figlio,non ha preso quelle somme che lei ha riportato,perciò non ha preso alcun incentivo,ma solamente il tfr maturato negli anni di lavoro.Tutto questo per un lavoro part time a tempo indeterminato per il figlio,vale a dire uno stipendio di 700.00 euro al mese. Poi per quanto riguarda le scommesse ,noi non abbiamo scommesso con nessuno tantomeno potevamo scommettere sulla nostra vita o sulla nostra pelle.Abbiamo accettato e firmato accordi di incentivi all’esodo in base a delle leggi dello stato italiano che permetteva di lasciare il lavoro in anticipo di un anno due, dietro pagamento di una ics cifra, dove si doveva proseguire nel pagamento dei contributi volontari inps e la restante cifra equivalente alle mensilità mancanti fino al raggiungimento della pensione per campare. Sia chiaro che nemmeno un centesimo di tutta questa operazione viene dai contribuenti italiani, in quanto sono soldi delle aziende.”
About Michele Pinassi
Nato a Siena nel 1978, dopo aver conseguito il diploma in "Elettronica e Telecomunicazioni" e la laurea in "Storia, Tradizione e Innovazione", attualmente è Responsabile del Sistema telefonico di Ateneo presso l'Università degli Studi di Siena. Utilizza quasi esclusivamente software libero. Dal 2006 si occupa di politica locale come attivista nel Movimento Siena 5 Stelle.
1° Maggio, Festa del Lavoro
0Oggi è il 1° Maggio, Festa del Lavoro, per celebrare le conquiste sociali ed i diritti dei lavoratori.
Eppure oggi, nel 2011, il Lavoro è tutto fuorchè una garanzia. Moltissimi giovani, 1/3 dicono le statistiche, sono senza lavoro. Tanti i cosiddetti NEET (“Not in Education, Employment or Training”), che difficilmente avranno modo di inserirsi adeguatamente nel mondo del lavoro. E non lavorare significa avere difficoltà a creare una famiglia, con enormi problemi negli anni a venire. Il nostro paese sta vivendo una crisi demografica enorme, in cui un vero e proprio esercito di pensionati grava, econonomicamente parlando, sulle spalle dei pochi lavoratori.
Con la crisi economica, infatti, tante aziende sono state costrette a chiudere oppure a ridurre il personale, innescando un circolo vizioso verso il basso in cui l’equazione meno lavoro = meno soldi = meno consumi = meno ordini per le aziende = meno lavoro rischia di portare in stallo il nostro paese.
Serve coraggio da parte delle istituzione di favorire nuovamente l’occupazione, non iniettando soldi nelle aziende ma detassando il costo del lavoro, permettendo sia un aumento degli stipendi per gli operai che un incremento della produzione.
La Costituzione Italiana recita, nel primo articolo, “l’Italia è una Repubblica fondata sul lavoro“: siamo sicuri che, nel 2011, sia ancora così ?
Innanzitutto in questi ultimi anni abbiamo assistito ad un aumento del precariato, soprattutto nelle fasce giovanili: 20-30enni costretti a lavorare nei call-center, moderne catene di montaggio, per 1000€ al mese, senza la sicurezza del lavoro. Spostati come mandrie di buoi tra un palazzo e l’altro, senza diritti, sempre con la spada di damocle del licenziamento sulla testa: ma come si più tollerare un’Italia così ?
Poi abbiamo il lavoro nero, la criminalità organizzata, l’evasione fiscale sono dei cancri ormai in metastasi per il nostro paese. Senza una cura adeguata e decisa, con una vera volontà di sconfiggere questi problemi, non ci sarà possibilità di invertire questa malsana tendenza in cui chi può evade, gravando ancora di più su tutti i lavoratori onesti.
Quante volte, tanto per dirne una, il dentista vi avrà chiesto: “con fattura o senza chiedendovi 10-20€ in più ? Fortunatamente ci sono tantissimi profesionisti onesti, a cui neanche viene in mente di fare una simile domanda, ma purtroppo ancora oggi capita di sentirselo chiedere.
Escludendo il Presidente del Consiglio, che ritiene pure “etico” evadere le tasse, sappiate che i responsabili dell’enorme peso fiscale che grava su tutti gli Italiani è colpa dei cosiddetti “furbi”. Furbi però proprio non sono: sarebbe più opportuno definirli LADRI e DELINQUENTI.
Poi c’è il lavoro in nero, senza garanzie, presente soprattutto nell’artiginato o nell’edilizia. Guardate i cantieri attorno a voi: indossano tutti il casco ? Hanno le reti di protezione ? Sono tutti imbragati, come prevede la legge ? Sicuramente no, e sicuramente ci saranno anche alcuni lavoratori a “cottimo”, assunti temporaneamente dai “caporali” che non si fanno scrupoli nello sfruttare questi poveri disperati che per 10-20€ lavorano anche 16-18 ore senza sosta.
Queste persone, sfruttate da impresari senza scrupoli, non solo rischiano la vita perchè non hanno diritto di usufruire e pretendere gli ausili per la propria sicurezza, ma provocano un danno allo stesso mondo del lavoro lasciando a casa migliaia di lavoratori onesti e regolari.
Mancano i controlli e le pene non sono adeguatamente severe: addirittura una recente depenalizzazione condanna l’impresario ad una misera pena pecuniaria. Considerando la frequenza (o infrequenza) con la quale avvengono i controlli, il rischio vale assolutamente di essere corso !
Concludo, nella speranza che il prossimo 1° Maggio, nel 2012 porti delle buone notizie per tutti noi lavoratori e cittadini onesti.
About Michele Pinassi
Nato a Siena nel 1978, dopo aver conseguito il diploma in "Elettronica e Telecomunicazioni" e la laurea in "Storia, Tradizione e Innovazione", attualmente è Responsabile del Sistema telefonico di Ateneo presso l'Università degli Studi di Siena. Utilizza quasi esclusivamente software libero. Dal 2006 si occupa di politica locale come attivista nel Movimento Siena 5 Stelle.
Gerontocrazia
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gerontocrazia [ge-ron-to-cra-zì-a] : Sistema politico in cui il potere è conferito agli anziani
Nel cosiddetto “pubblico” funziona così. Non importa quanto tu sia bravo, quanto lavori, quanto sei capace: le progressioni (soprattutto quelle orizzontali) dipendono quasi esclusivamente da quanto tempo sei a sedere sulla sedia dell’ufficio. La chiamano “gavetta” ma in realtà è un vero e proprio schiaffo alla meritocrazia ed alla qualità sia dei servizi che del personale.
Sul posto di lavoro pubblico non sei incentivato a lavorare, a produrre: tanto non verrai mai premiato per il tuo lavoro ! Ci sarà sempre qualcuno più anziano di te che dirrà “eh, io ho fatto come te…prima gli anziani…un giorno toccherà anche a te andare avanti !”
C’è anche chi fa il suo lavoro con passione, perchè gli piace, ma la passione -quando non viene incentivata- finisce presto. Tanti giovani iniziano a lavorare pieni di buoni propositi e belle speranze: dopo pochi anni anche loro, presi dallo sconforto, finiranno nel mucchio di chi lavora per lo stipendio e del meno faccio meglio è.
Eppure basterebbe tanto poco. Basterebbe iniziare a valutare il lavoro dei dipendenti, controllare le assenze, fare i controlli medici a chi si mette in malattia. Ed in base ai risultati – veri !- premiare o declassare. Si, perchè l’età non può essere un parametro importante di merito: possono esserci 50enni assolutamente incompetenti e 25enni preparati e motivati. Con questo sistema abbiamo distrutto un sistema pubblico che avrebbe potuto funzionare benissimo ! Si, certo, poi si vedono anche giovani che han fatto carriera. Domandiamoci se è stato merito delle loro capacità o della tessera di partito ben al sicuro in tasca…
Il min. Brunetta ha deciso di chiudere con gli incentivi a pioggia e premiare solo i dipendenti meritevoli. La graduatoria verrà decisa da una commissione interna alla struttura. Basta poco per capire a chi verranno concessi ed a chi no…
Scusate ma oggi sono incazzato. Forse è colpa del tempo.
About Michele Pinassi
Nato a Siena nel 1978, dopo aver conseguito il diploma in "Elettronica e Telecomunicazioni" e la laurea in "Storia, Tradizione e Innovazione", attualmente è Responsabile del Sistema telefonico di Ateneo presso l'Università degli Studi di Siena. Utilizza quasi esclusivamente software libero. Dal 2006 si occupa di politica locale come attivista nel Movimento Siena 5 Stelle.
Afghanistan
11Stamani alla TV il rientro delle salme dei 6 militari, più un missionario, italiani uccisi nell’attentato vicino Kabul in Afghanistan. Premetto che avrei preferito non scrivere nulla al riguardo: tuttavia mi sento in dovere di esprimere quello che penso, anche se a molti non piacerà.
Innanzitutto mi dispiace tantissimo per i 7 ragazzi uccisi, come mi dispiace per i 15 civili afghani morti nell’attentato. Totale: 22 persone, 22 esseri umani. Ma si parla quasi esclusivamente dei 6 militari italiani, come se essere un civile -perdipiù afghano- e saltare in aria sia quasi normale.
Missione di pace. Si punta il dito sull’obiettivo finale: dare all’Afghanistan un governo democratico. Poi, alle elezioni, vince nuovamente Karzai con dei brogli elettorali vergognosi (in alcuni paesi ci sono più elettori che abitanti…) ma alla CIA và bene così. Karzai è l’uomo debole degli USA, mentre i signroi della guerra afghani continuano a guadagnare con l’oppio e le armi. Per questo non sono affatto convinto che in Afghanistamn si potrà arrivare alla pace. Come non sono per niente assuefatto all’idea che sia una missione di pace. Penso che non si fanno missioni di pace imbracciando un fucile, indossando divise, circolando con mezzi blindati.
I 6 parà uccisi, e ripeto che mi dispiace tantissimo, erano militari in missione. Sapevano benissimo cosa andavano a fare, in che luogo e con quali rischi. E venivano pagati di conseguenza. Molti militari in missione scelgono di partire per lo stipendio, per i soldi. Ma sono sempre militari, imbracciano sempre un fucile, mettono a rischio la propria vita.
Ogni giorno in Italia muoiono circa 3 persone per incidenti sul lavoro. Persone che NON vanno in luoghi di guerra, che non scelgono soldi facili e -anzi- spesso hanno stipendi da fame e lavorano senza protezione. Questi però non sono eroi. Scivolano nell’ombra delle tragedie quotidiane mescolate alle normali notizie sul TG.
Sò che chi legge, probabilmente, scuoterà la testa. Dirrà che non capisco, che non ho un sentimento patriottico, che non sono degno di essere italiano.
Penso all’Italia ed agli Italiani. Penso all’Abruzzo, penso a quei ragazzi rimasti sepolti sotto la casa dello studente. Cosa c’entra ? Beh, c’entra. Mandiamo militari a difendere gli Afghani (giusto, ma non è missione di pace, è una missione e basta !) e lasciamo che decine di RAGAZZI muoiono sepolti sotto edifici costruiti da incompetenti e delinquenti, con cemento depotenziato, con architetti complici delle loro malefatte. Quei ragazzi erano a l’Aquila per studiare, non per combattere. Imbracciavano libri non fucili. Pagavano le tasse, non guadagnavano lauti stipendi.
Non riesco, per questo, a pensare ad eroismo. Penso a poveri ragazzi caduti sul lavoro, il loro lavoro di militari. E penso a tutti gli altri, che in questo momento stanno cadendo da impalcature non sicure, che muoiono soffocati in silos non bonificati, che rimangno schiacciati sotto blocchi di marmo. E che non hanno neppure gli onori dei funerali di stato, nè di una diretta. Se son fortunati, 10 righe sul quotidiano locale.
Offendetemi pure, dite che non sono Italiano. Io non voglio sentirmi complice di questa mattanza quotidiana, ignorandola, e sentirmi orgoglioso della mia patria quando 6 ragazzi (più un missionario) muoiono imbracciando un fucile.
About Michele Pinassi
Nato a Siena nel 1978, dopo aver conseguito il diploma in "Elettronica e Telecomunicazioni" e la laurea in "Storia, Tradizione e Innovazione", attualmente è Responsabile del Sistema telefonico di Ateneo presso l'Università degli Studi di Siena. Utilizza quasi esclusivamente software libero. Dal 2006 si occupa di politica locale come attivista nel Movimento Siena 5 Stelle.

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